GEOPOLITICA

Commercio Equo e Solidale: Origini geopolitiche e applicazione contemporanea

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La Giornata Mondiale del Commercio Equo e Solidale è un evento che da quasi un ventennio promuove  iniziative e incontri multilaterali per diffondere una cultura più critica e consapevole del commercio equo e dello sviluppo sostenibile in ogni angolo del pianeta.  Fondata dall’ Organizzazione Mondiale del Commercio Equo e Solidale (conosciuta anche con l’acronimo inglese WFTO) nel 2004 per sostenere lo sforzo di governi nazionali, autorità locali e istituzioni multilaterali di tutto il mondo nel garantire la tutela e l’emancipazione economica dei piccoli produttori, è oggi una delle ricorrenze più sentite e celebrate a livello globale. 

Sebbene il WFTO sia nato solo nel 1989, quando ancora non esisteva nemmeno l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il concetto di commercio equo e solidale non è recente, ma è stato concepito già a partire dalla fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta. Mentre il mondo diventava un terreno fertile per far germogliare i primi semi del confronto bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica che avrebbe caratterizzato gli anni della Guerra Fredda, in Europa nascevano Organizzazioni Non Governative (ONG) che vedevano nel fair trade una risposta valida per sanare il crescente squilibrio tra le varie economie globali. Le iniziative dei volontari appartenenti a gruppi informali come “Ten Thousand Villages” e il Comitato Centrale Mennonita furono le prime a tentare di istituire relazioni commerciali di beni trattati in modo equo-solidale tra i paesi sviluppati e i paesi in via di sviluppo. L’obiettivo principale era creare opportunità di crescita per i produttori agricoli delle economie più svantaggiate attraverso politiche di sviluppo che favorissero non solo una distribuzione più equa della ricchezza mondiale, ma garantissero ai paesi meno sviluppati  l’accesso a un mercato internazionale appannaggio dei paesi più industrializzati. 

Si richiedeva agli Stati più economicamente avanzati e propensi al benessere di abbandonare l’approccio paternalista che aveva plasmato fino a quel momento i rapporti con gli Stati più economicamente in difficoltà. Una nuova sensibilità verso la problematica del disequilibrio economico e della distribuzione iniqua delle risorse tra il Nord e il Sud del mondo che trovò piena concretizzazione nel 1964, quando la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) lanciò a Ginevra il motto “Trade not aid” (Commercio, non aiuto) per promuovere una revisione delle regole commerciali internazionali vigenti. Fino a quel momento i paesi più avanzati avevano ritenuto l’elargizione di aiuti finanziari e prestiti l’unico modo per migliorare la cooperazione allo sviluppo delle economie più svantaggiate. Il nuovo orientamento, invece, escludeva le politiche meramente assistenziali in favore di una maggiore equità sociale che rispettasse ed equilibrasse le esigenze di sviluppo dei paesi più in difficoltà, consentendo anche a loro un accesso più diretto al libero mercato internazionale.

Si può ritenere che il presupposto del Commercio Equo e Solidale fosse la critica alle regole del commercio internazionale esistenti prima dell’avvento dell’OMC, avvenuto solamente nel 1995 in seguito alla firma degli Accordi di Marrakech. Con l’istituzione del WFTO, è diventato a tutti gli effetti una forma di commercio internazionale in antitesi al tradizionalismo dell’economia di mercato comunemente associata al “capitalismo nudo e crudo” e alle multinazionali. Negli ultimi anni, il fair trade ha perseguito anche lo scopo di sensibilizzare il dibattito internazionale su altre sfide globali che interessano il nostro panorama contemporaneo, quali la lotta al cambiamento climatico e il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) contenuti nell’Agenda 2030. In un rapporto pubblicato dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (FISA) nel novembre del 2020, l’equità commerciale  è stata definita come  la base per rafforzare la cosiddetta resilienza climatica delle economie nazionali poco sviluppate la cui produzione agricola è minacciata dalle alterazioni degli eventi metereologici che provocano siccità, perdita dei raccolti, infestazioni parassitarie e malattie. Grazie a un maggiore impiego di politiche eque e solidali, sarebbe possibile intervenire per sostenere l’attività dei piccoli produttori agricoli nel Sud del mondo vulnerabili ai mutamenti climatici, fornendo loro il capitale umano necessario per innovare le tecniche agricole e, di conseguenza, riducendo le emissioni di gas serra. 

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