ECONOMIA

Sport e sviluppo: verso un’economia sostenibile

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È ormai fenomeno risaputo  del nostro millennio che l’attività sportiva ha raggiunto una dimensione economica di rilievo a livello mondiale; le società e gli eventi sportivi, grazie a una specifica organizzazione manageriale, sono in grado di generare profitti importanti. Solo in Italia le imprese che svolgono la propria attività direttamente nel settore dello sport sono circa 35 mila attorno alle quali girano altrettante realtà ad esse correlate. Come rivela l’Istat, il valore aggiunto di queste aziende è di 4,5 miliardi di euro, mentre si stima che il fatturato sia di 14 miliardi di euro. In totale il numero di lavoratori nel settore sportivo supera i 100 mila. Ma cosa succede quando cambiamo lente e proviamo ad analizzare l’intreccio Sport/Economia sotto la lente dei Paesi in via di sviluppo?

Lo sport è un linguaggio universale che accomuna popoli, culture e generi. Un linguaggio potente, diretto su cui le Nazioni unite intendono spingere per raggiungere gli SDGs. “I valori dello sport sono valori di universalità e armonia”, ha dichiarato Audrey Azoulay, direttore generale dell’Unesco, “si basa sui concetti di rispetto, comprensione, integrazione e dialogo, e contribuisce allo sviluppo e alla realizzazione degli individui senza distinzione di età, sesso, origini, credenze e opinioni. Lo sport è un forum unico per l’azione e la riflessione per trasformare le nostre società“.

Con questo presupposto nel 2017 l’Unesco, durante la sesta conferenza internazionale dei ministri e alti funzionari responsabili per l’educazione fisica e lo sport (Mineps VI), ha reso operativo il, piano di Kazan, un accordo globale che unisce le politiche sportive e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Nello specifico lo sport interviene su molti dei goal fissati: garantisce una vita sana e promuove il benessere di tutti, garantisce istruzione di qualità, uguaglianza di genere, promuove la crescita economica e il lavoro dignitoso, riduce le disuguaglianze tra i paesi, rende le città resilienti, sicuri e sostenibili ed infine, promuove le società pacifiche. 

Questo come presupposto e assunto di base potrebbe portarci a chiedere: in quale modo tutto ciò, che riguarda più una scala di valori e un impegno sociale può portarci a parlare di economia e di mercati?

La realizzazione di attività sportive non rappresenta di per sé una saliente motivazione per
indagare il fenomeno sotto il profilo economico. Anche i ragazzini fanno sport, organizzando
spesso incontri tra loro. La specificità, motore dell’interesse scientifico, è che l’intera branca
registra spostamenti monetario-finanziari, non raramente notevoli, nell’ambito della produzione,
distribuzione e consumo dell’evento e della pratica sportiva. Le disponibilità, più o meno liquide, vengono così a rappresentare una leva cruciale per il ruolo che la squadra assume, per gli ingaggi offerti, per le
possibilità di pubblicizzare le varie manifestazioni, per la centralità acquisibile nell’ambito dei
mass-media.
Negli sport professionali, sussiste l’ortodosso legame, esplicitato in ogni processo produttivo
e costituito dal rapporto lavoro- capitale. Così l’input, forza lavoro (atleti, managers, coaches e staff
in genere) si “combina” con l’altro fattore, capitale (campo sportivo, equipaggiamento …) per
realizzare un “prodotto” da offrire e vendere ai consumatori, in tal caso gli spettatori.
Il distinguo più saliente, che prevalentemente intercorre tra lo sport esercitato
professionalmente in squadra o quello che prescinde da una simile peculiarità, concerne la struttura
che coinvolge la stessa attività agonistica, la saliente caratterizzazione commerciale e l’impatto
notevole esercitato sulla crescita economica. Tuttavia la nostra analisi mira a essere più generale,
dunque proiettata a un esame che tende a sottolineare la valenza esercitabile sull’assetto territoriale
dalla presenza di attività sportive in genere.
Lo sport interessa una teoria articolata di attori che fanno, a loro volta, funzionare molteplici
mercati, in continua espansione. Così , «Il concetto di mercato supera allora la nozione del semplice acquirente e si estende a tutti gli
interlocutori con cui l’impresa, anche quella sportiva, intrattiene un rapporto di fiducia e di
scambio» (Piantoni, 1999, p. 78).
Di qui un intensificarsi di legami che travalicano gli effetti moltiplicativi di stampo
keynesiano, per verificare le interrelazioni segnate dal modello leontieviano: rapporti
interdipendenti, sinergici fra varie imprese con conseguenze benefiche sul livello occupazionale, sul
reddito, dunque sul valore aggiunto. Una complessa congerie di elementi che dapprima concerne il
territorio investito dal fenomeno e, successivamente, si estende all’intera collettività nazionale.
D’altronde la natura stessa della prevalenza degli sport comporta la cospicua esistenza di economie
esterne. In questo scenario, l’autorità centrale è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale per
approntare un’adeguata strategia economica, atta anche a sostenere, a valorizzare e a incrementare
la virtuale valenza di business che l’evento e la pratica sportiva promuove.

Quindi legando insieme i due assunti, da una parte l’impegno al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda che lo sport promuove ed esercita, dall’altro un analisi più economica del mercato dello sport è chiaro capire quanto serva un piano d’azione mirato al sovvenzionamento della creazione di squadre ed eventi su territori in via di sviluppo in modo da poter sponsorizzare tutti i valori sociali che lo sport porta con se ma poter anche restituire ai Paesi interessati la valenza di un mercato sportivo interno. Si tratta di un premio per le imprese, ma anche di un sostegno
fondamentale per il mondo dello sport e la promozione dei suoi valori, un gioco a somma positiva
per entrambi e per il Paese: Play together, win together.

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