GEOPOLITICA

Lo sport come simbolo di protesta politica

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Fin dai tempi del nazismo gli eventi sportivi sono divenuti uno dei più grandi palcoscenici per poter esprimere la propria indignazione attraverso segni di protesta contro una politica becera. Nonostante questo lo sport ha sempre vissuto una doppia valenza, con alcuni che l’hanno sempre visto come una sorta di isola felice, separato e lontano dalle problematiche sociali e politiche della quotidianità e chi invece pensa che sia anche un vero e proprio specchio delle contraddizioni di natura sociale che quotidianamente investono l’esistenza e che, quindi, esso sia inseparabile dalla dimensione politica. 

Ad oggi è praticamente normale affermare che anche lo sport è divenuto politica, hanno un rapporto imprescindibile e vi sono numerose testimonianze nella storia a favore di questa ormai realtà. Durante le Olimpiadi del 1936 che si tennero nella Germania nazista, sotto gli occhi di Adolf Hitler, il centrista Jesse owens vinse ben 4 ori olimpici e l’idea di un afroamericano sul tetto del mondo proprio davanti gli occhi di Hitler è tutt’oggi storia.

Un altro periodo storico fu quello del Sessantotto, un periodo costellato dalle lotte contro il razzismo, lo schiavismo ed il colonialismo, fino alla lotta contro l’apartheid ed il sistema e l’organizzazione dei grandi eventi come le Olimpiadi; è quello che accadde, ad esempio, per le Olimpiadi del Messico, dove vi furono numerose manifestazioni che causarono una vera e propria frattura nel mondo dello sport, dove molti Stati affermarono di voler boicottare le Olimpiadi a causa della partecipazione della Sudafrica, dove vigeva ancora il regime dell’apartheid. Numerosi furono gli scontri tra manifestanti e polizia, che ebbero il culmine il 3 ottobre, quando vi furono sul podio Tommie Smith e John Carlos i quali, con il pugno alzato verso il cielo mostrarono al mondo la forza del “Black Power”. 

Stessa sorte toccò alle Olimpiadi del 1976 di Montreal, dove vi furono altre lotte e proteste contro il Sudafrica e la lotta all’apartheid.

Non come ultimi eventi possiamo ricordare il movimento del “Black Lives Matter”, con le numerose azioni da parte di molti sportivi, tra cui anche nel mondo del calcio durante gli Europei di quest’anno, a cui alcune nazionali, tra cui anche quella italiana, non hanno voluto parteciparvi spontaneamente. Il movimento nato a seguito della morte di George Floyd ha avuto un grosso seguito, ricevendo però anche numerose critiche per la politicizzazione che ha subito; ma non è forse vero che fin troppo spesso è la stessa politica a manipolare lo sport? 

Altro caso è quella della lanciatrice Saunders, atleta afroamericana nota per il suo attivismo a sostegno dei diritti LGBTQA+, che dopo esser salita sul podio, durante la premiazione ha deciso di compiere un gesto a favore ed in solidarietà con gli oppressi, compiendo il gesto di incrociare le braccia a forma di X. Per quanto tempo ancora non potremo sentir parlare di calciatori gay solo perché discriminati? 

Ora, analizzando questi fatti non spetta a noi arrivare a dire cosa sia giusto fare, dimostrare e per cosa valga la pena manifestare. Tuttavia il solito mantra per cui la politica debba fare la politica e lo sport debba fare lo sport, sembra ormai un algoritmo non più funzionante. Entrambi i fenomeni non possono più continuare ad essere inesorabilmente separati. È innegabile che nel mondo attuale vi siano delle ineludibili connessioni che collegano il mondo dello sport a quello della politica, così come altri campi, ad esempio la valenza sociale che lo sport ricopre all’interno della nostra società. Un altro esempio sono i numerosi morti registrati per la costruzione degli impianti sportivi per i Mondiali in Qatar che si terranno a dicembre 2022: i lavoratori morti per la costruzione di uno stadio, valgono davvero il business che si cela dietro il calcio? 

Non per ultimo non possiamo non citare la guerra in Ucraina, scoppiata lo scorso febbraio; fin da subito sono state numerose le dimostrazioni di vicinanza verso il popolo ucraino e contro la guerra, con numerosi sportivi che si sono schierati senza paura e timore: all’inizio di una partita di calcio o di pallavolo, alla fine di una maratona o staffetta, durante una conferenza dopo una partita di tennis.

Gli stadi e qualunque altra struttura in cui si tiene una manifestazione sportiva non possono essere considerate delle torri di avorio che si separano in maniera autonoma dal resto della realtà; sono proprio quei luoghi, sempre più popolati anche da giovani che si occuperanno del futuro che sarà, che devono ricoprire il ruolo di sana espressione culturale e sociale, oltre che politica, per la quotidiana società che sarà. 

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