ECONOMIA

Endometriosi: quel dolore che costa alle donne, in termini non solo fisici ed economici, ma anche psicologici e sociali.

Spread the love

L’endometriosi è una patologia ginecologica che affligge 1 donna su 10 in età riproduttiva, principalmente tra i 25 e i 40 anni, ma spesso sono coinvolte anche donne più giovani o più grandi (generalmente non compare prima della pubertà e regredisce con la menopausa). In Italia si stima che siano circa 3 milioni le donne affette da endometriosi e nel mondo la cifra raggiunge i 150 milioni. Nel 30-40% dei casi l’endometriosi può portare all’infertilità dettata da uno stato infiammatorio cronico responsabile di alterazioni tissutali e aderenze che pregiudicano la funzionalità delle tube e delle ovaie e provocano dolore.

Il dolore rappresenta il sintomo principale di questa patologia, ma molto spesso le pazienti e i medici sottovalutano questa spia di allarme o l’associano ad altro (semplici mestruazioni dolorose o di disagio di origine psichica). È proprio la difficoltà di diagnosi uno dei principali problemi, serve infatti un’attenta visita ginecologica (ecografia transvaginale) per valutare correttamente i sintomi.

L’endometriosi è in tutto e per tutto una malattia invalidante. Il dolore può essere cronico e persistente, si acuisce durante il periodo mestruale e si manifesta anche durante i rapporti sessuali. Chi soffre di questa patologia è soggetto ad un peggioramento della qualità della vita e sopporta costi diretti e indiretti elevati poiché vengono somministrate e subite prestazioni mediche invasive e durature. Il 79% delle pazienti ha ripercussioni sull’attività lavorativa o altre conseguenze legate alla società e alla fertilità. È infatti ormai sicuro che “costi” dell’endometriosi non sono solo fisici ed economici ma in larga misura anche psicologici e sociali.

L’endometriosi costa all’Unione Europea, in termini sanitari, sociali ed economici, circa 30 miliardi di euro l’anno. L’Osservatorio Malattie Rare stima che in Italia l’endometriosi abbia un costo medio globale per donna di 9.579 euro, di cui 6.298 euro sono legati alla perdita di produttività lavorativa, costi indiretti, mentre 3.113 euro sono i costi stimati per spese di assistenza sanitaria, costi diretti. Tra i costi diretti rientra l’ecografia transvaginale che costa mediamente 65€ (se fatta da privati) ed è fondamentale per riconoscere la malattia, poi ci sono le visite ginecologiche di controllo, da fare ogni sei mesi, spendendo in media 150 euro, se si ricorre ad un libero professionista (la sanità pubblica ha liste d’attesa che possono anche arrivare ad un anno e mezzo), più i costi per la pillola mensile che permette di tenere sotto controllo la malattia e ha un costo variabile tra i 20 e i 60 euro (spesso non rimborsate dal sistema sanitario nazionale), infine c’è l’esame del sangue, anche questo da fare ogni semestre, con una spesa media di 40€.

A tutto questo va aggiunto che, spesso gli specialisti possono non trovarsi nella città di residenza e che visite e cure aggiuntive non sono sempre coperte dal servizio sanitario. Queste, quindi diventano tutte spese destinate a dover essere sostenute dai singoli per moltissimi anni poiché l’interruzione dei trattamenti aumenta il rischio di recidività.

Non va dimenticato che esistono trattamenti medici e chirurgici che possono controllare il dolore, ma non guariscono la malattia né aumentano la fertilità. Gli interventi chirurgici possono essere conservativi, e quindi asportare solo le lesioni, oppure demolitivi e quindi asportare gli organi genitali colpiti (privatamente può costare intorno ai 2.500€).

È fondamentale prevedere la realizzazione di percorsi diagnostici e terapeutici adeguati, che permettano di essere in grado di riconoscere in tempi rapidi la malattia e migliorare così la qualità della vita delle pazienti, visto che al momento non esiste una vera cura definitiva. Per riuscirci bisogna partire dalle pazienti, convincendole a non tacere o sottovalutare i dolori, ma pretendere di avere una pronta diagnosi, e qui entra in gioco il servizio sanitario nazionale che dovrà fare la sua parte, snellendo le liste di attesa e formando medici che siano in grado di riconoscere la malattia senza scambiarla per altro. Solo così si potrà garantire a queste donne di vivere una vita dignitosa.

Potrebbe piacerti...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.