ARTE&CULTURA

Filtri Riflessi: tutte le schegge della dismorfofobia

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La dismorfofobia (dal greco antico dis – morphé, forma distorta e φόβος, phobos = timore) è la fobia che nasce da una visione distorta che si ha del proprio aspetto esteriore.

Non a casa, infatti parliamo di questo disturbo nella settimana dedicata alla lotta ai disturbi alimentari e alla comprensione dei fenomeni che possono generarli

Cosa e chi vediamo davvero quando ci guardiamo allo specchio? Quale immagine ci restituisce quella superficie che tanto spesso abbiamo interrogato? Verrebbe spontaneo rispondere che ciò che vediamo sono semplicemente i nostri connotati fisici, ma il rapporto che un individuo intrattiene con lo specchio è molto più complesso, e quella che vediamo riflessa la maggior parte delle volte non è solo la nostra immagine bensì “un infinito e cangiante caleidoscopio” che muta al mutare del nostro sentire, in un dialogo continuo tra interiorità ed esteriorità, tra il come ci sentiamo e il come ci vediamo. Col pennello della nostra emotività andiamo a dipingere ogni volta un ritratto diverso a seconda di ciò che viviamo in quel dato momento, specie se si è eletto il corpo come sede e teatro di un’antica sofferenza mai elaborata, di conflitti profondi ed emozioni inascoltate.

Ciò che si domanda allo specchio non è quindi solo di mostrarci come appariamo, il nostro aspetto, ma soprattutto chi siamo e chi vorremmo essere. Il travaglio della ricerca dell’ identità, della lenta costruzione di Sé, passa infatti anche attraverso l’osservazione della propria immagine: identificarsi in ciò che si vede, in un processo di riconoscimento che ci porta a dire “quello sono io”, e al tempo stesso ad istituire un rapporto tra l’io e un io ideale, tra il come siamo e il come vorremmo essere.

Soprattutto durante il periodo dell’adolescenza, in cui le trasformazioni puberali e l’emergere di una realtà pulsionale difficile da accettare rendono molto delicato il rapporto con lo specchio, l’ immagine speculare inizia a vivere quasi di una vita autonoma, indipendente dal soggetto. La fissazione su inestetismi spesso immaginari, su un corpo mai abbastanza magro o comunque mai abbastanza perfetto, nasconde in realtà un’angoscia di altro genere legata al riconoscimento di un corpo sessuato e ad esperienze emotive con cui non riusciamo a dialogare e che proiettiamo sul corpo, rendendolo portavoce di una realtà interiore troppo complessa da integrare e accettare. Il corpo diventa il simbolo di quell’imperfezione originaria di cui il “troppo” da eliminare e il difetto da estirpare sono l’espressione, vale a dire l’impossibilità di adeguarci alle continue richieste di un super-io troppo esigente.

Questa percezione alterata della propria immagine corporea prende il nome di“dismorfofobia”, in cui la sensazione di deformità e l’ossessiva preoccupazione per difetti inesistenti o minori domina l’intera vita dell’individuo. Quella del dismofofobico è dunque una vita passata all’ inseguimento di un’immagine capricciosa che sfugge ad ogni tentativo di controllo, che non si lascia cristallizzare, che non si lascia plasmare. Una vita passata davanti allo specchio, ad indossare la propria immagine come fosse un abito su cui dover mettere toppe in continuazione, su cui dover sempre apporre modifiche e migliorie, alla ricerca di un Sé così difficile da trovare. Un’immagine persecutoria, che ci riporta sempre e comunque al nostro non essere mai abbastanza, e ci sfida ad avvicinarci il più possibile all’ io ideale, a controllare quell’immagine, a perdersi in quel riflesso, ad esercitare un potere su quel corpo.

Ma su cosa si cerca veramente di avere un controllo? Sull’immagine o su cio’ che quell’immagine, quel corpo, comunica  e contiene? E cosa si cerca davvero di cancellare? Presunti difetti estetici o antiche ferite di cui il corpo reca vivida la memoria?

Chi soffre di dismorfofobia spesso si percepisce come letteralmente mostruoso, e arriva talvolta a provare vera repulsione verso ciò che vede allo specchio, senza rendersi conto che odio e repulsione sono solo proiettati, “spostati” sull’immagine corporea. Quello che si detesta e verso cui si prova repulsione è altro, e attiene ai vissuti personali del soggetto: traumi, moti pulsionali, esperienze emotive, tutto stipato gelosamente all’interno del proprio “corpo-scrigno”. Solo scegliendo coraggiosamente di forzare questo scrigno, di sviscerarne il contenuto, anche quello più doloroso e inaccettabile, sarà possibile liberare il corpo, e l’immagine allo specchio perderà finalmente il suo carattere persecutorio.

Fonti: https://www.chiarasole.com/

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