ARTE&CULTURA

L’olocausto dei bambini

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“Nel 1944, quando fummo deportati a Birkenau, ero una ragazza di quattordici anni, stupita dall’orrore e dalla cattiveria. Sprofondata nella solitudine, nel freddo e nella fame. Non capivo neanche dove mi avessero portato: nessuno allora sapeva di Auschwitz…Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.” Liliana Segre.

Per commemorare le vittime dell’olocausto sono stati realizzati numerosi film come: Schindler’s list; Il pianista; La scelta di Sophie; La vita è bella; Train de vie; ma forse “Il bambino con il pigiama a righe”, film del 2008 del regista Mark Herman, resta uno dei più delicati e al contempo tragici, in quanto affronta la questione dal punto di vista di un bambino. Il film punta tutto sull’innocenza e la forza di carattere di questo bambino di otto anni chiamato Bruno e dell’amicizia che instaura con un coetaneo costretto a vivere dall’altra parte della recinsione. 

Il film è tratto dall’omonimo libro di John Boyne del 2006 e narra la storia di Bruno, figlio del gerarca nazista Ralf, che a seguito di una promozione viene trasferito con tutta la famiglia per diventare il direttore di un campo di concentramento. La loro nuova casa è ubicata a poca distanza da un campo di concentramento e Bruno, bambino vivace e curioso, nel suo girovagare alla scoperta dei dintorni della nuova casa si imbatte in Shmuel e nel fino spinato che li separa. I due giocano insieme nei limiti fisici imposti dalla barriera elettrificata e neanche gli insegnamenti raziali che riceve Bruno dal suo tutore e da suo padre scalfiranno questa nuova amicizia e la purezza dei sentimenti reciproci dei due bambini.

“Bruno: Potresti venire a cena da noi una sera, ti va?

Shmuel: No, io credo di no, come passo la rete?

Bruno: Ma questa è per non far scappare gli animali, no?!

Shmuel: Gli animali? No, è per non far scappare le persone!

Bruno: Cioè, vuoi dire che tu non puoi uscire? Perché? Hai fatto qualcosa che non va?

Shmuel: Io sono ebreo”

Il film termina con Bruno, che un giorno decide di vestire i panni del suo amico ebreo e scavare un fosso per raggiungerlo. Purtroppo, i due vengono rastrellati all’interno del campo e portati in quella che agli occhi dei bambini è la “doccia” ma che in realtà è una camera a gas, nella quale moriranno.

Questo film coraggioso e durissimo è senza lieto fine. Descrive chiaramente la drammaticità della Shoah, di un inferno voluto dagli uomini per gli uomini, ma è anche un film adatto alle rassegne scolastiche. 

Il Rabbino Benjamin Blech ha fortemente criticato il film poiché ad Auschwitz non c’erano bambini così piccoli, in quanto non produttivi come forza lavoro venivano sterminati prima di arrivare al campo di concentramento. Inoltre, essendo la rete del campo di concentramento elettrificata, sarebbe stato impossibile per chiunque strisciarvi sotto per uscire o entrare.  

Questo è vero, infatti si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti (più di un milione erano ebrei, gli altri erano zingari, polacchi, sovietici ma anche bambini tedeschi con handicap fisici o mentali). I Nazisti sostenevano che l’uccisione di questi bambini, in quanto figli di persone “indesiderabili” o “pericolose”, fosse giustificata dalla loro ideologia e per lo stesso principio giustificavano l’uccisione di bambini come rappresaglia verso i partigiani e i loro fiancheggiatori. I più piccoli potevano sopravvivere solo se venivano nascosti (altrimenti venivano sterminati non appena arrivavano in un campo di concentramento), mentre gli adolescenti avevano possibilità di sopravvivenza più alte in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato, anche se, va detto che, spesso morivano proprio a causa delle condizioni lavorative a cui erano sottoposti.

Dei 776 bambini ebrei italiani deportati ad Auschwitz ne sono sopravvissuti 25 e degli oltre 200 di età inferiore ai 14 anni, deportati dal ghetto di Roma, non ne tornò nessuno.

L’United States Holucaust Memorial Museum riporta alcuni casi emblematici che coinvolsero i bambini ebrei, come la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo, una scelta tragica operata dagli adulti a discapito dei più piccoli pur di accontentare le richieste dei Tedeschi. Oppure il caso diametralmente opposto del direttore di un orfanotrofio (Janusz Korczak) che si rifiutò di abbandonare i bambini e li seguì fin dentro la camera a gas, condividendo con loro quel triste destino.

Tra le aberrazioni perpetrate delle SS non possiamo non ricordare i medici e i ricercatori che selezionavano bambini, in particolare i gemelli, per sottoporli ad esperimenti che spesso ne causarono la morte.

Altra cosa assurda avvenuta nei confronti dei più giovani è quella realizzata dagli esperti della razza delle SS che fecero rapire centinaia bambini (dalla Polonia e dall’Unione Sovietica) per trasferirli in Germania da famiglie “adeguate” solo perché questi bambini avevano capelli e occhi chiari, tipici della razza ariana.

Tra il 1938-40, ebbe luogo una grande operazione di salvataggio chiamata “Trasferimento dei Bambini” (Kindertransport), grazie alla quale si riuscì a fare arrivare al sicuro in Gran Bretagna migliaia di giovanissimi ebrei.

Tra i libri che trattano questi temi, oltre al già citato “il bambino con il pigiama a righe” e il noto “Diario” di Anna Frank, consigliamo “Noi, bambine ad Auschwitz” di Andrea e Tatiana Bucci e “La Notte” di Elie Wiesel.

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