ECONOMIA

Investire nell’istruzione per dare un futuro al Paese!

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“Mentre i paesi lottano per rispondere alle trasformazioni economiche, ambientali e sociali, inclusi i progressi tecnologici, i cambiamenti climatici e le migrazioni, il capitale intellettuale è diventato la risorsa più preziosa del nostro tempo. Il nucleo del capitale intellettuale è la conoscenza.” Education at glance 2019, OECD.

A livello internazionale il diritto allo studio è prerogativa fondamentale per il benessere di tutti i ragazzi. Quando questo diritto non viene garantito, ci troviamo di fronte a casi di povertà educativa e come vedremo più avanti, in Italia questo rischio c’è.

La crisi economica del 2008 ha imposto alle amministrazioni una riduzione delle spese e una revisione dei bilanci, questo non sempre si è trasformato in una riorganizzazione efficiente delle risorse, causando impatti negativi sulla qualità dell’istruzione. Nel lungo termine, scarsi investimenti nell’istruzione possono ripercuotersi sulla crescita economica del paese e nel periodo 2009-2014, secondo i dati Eurostat, si è registrata una diminuzione di -5,8 miliardi per la spesa destinata all’istruzione. Solo nel 2016 le risorse sono tornate ad aumentare, ma poi è arrivato il Covid.

Nel 2018 la spesa per l’istruzione sul Pil era del 4,1% (mentre nel 2009 era 8,2%) collocando il nostro Paese tra quelli che investono meno in Europa, con una riduzione media di 0,5 punti percentuali in 10 anni. Il rapporto tra spesa in istruzione e Pil indica quanta parte della produzione economica di un paese viene reinvestita nel sistema scolastico, dalle scuole per l’infanzia alle università e questo valore, già prima della crisi economica del 2008, si trovava al di sotto della media europea. 

L’abbandono scolastico in Italia è al di sopra della media europea anche se nel 2020 è sceso rispetto agli anni precedenti attestandosi al 13,1% (nel 2011 era del 17,8%). Il peso del fenomeno della dispersione scolastica è ben otto volte superiore a quello dei cosiddetti “cervelli in fuga”. Gli studenti che abbandonano prematuramente la scuola sono 543mila, soprattutto nel biennio delle superiori, contro i 68mila, con un titolo di studio medio-alto, che si sono spostati all’estero per ragioni di lavoro. I motivi che spingono a questi abbandoni prematuri sono principalmente culturali, sociali ed economici, come il provenire da ambienti svantaggiati o con basso livello di istruzione familiare ma in alcuni casi anche l’insoddisfazione per l’offerta formativa messa a disposizione dalle scuole può giocare un punto fondamentale nella scelta di proseguire o meno gli studi. Molto importante in questo contesto è il ruolo degli istituti di Formazione Professionale che sono diventati punto di riferimento per gli allievi di nazionalità straniera, per quelli con disabilità e per gli studenti reduci da insuccessi scolastici. Avere un livello di istruzione universitario permette, tra le altre cose, di guadagnare il 39% in più rispetto a chi ha un’istruzione superiore, ma i dati Ocse ci dicono che in Europa solitamente il guadagno aggiuntivo raggiunge il 57%, dimostrando ancora una volta quanto l’Italia sia in dietro. I dati dell’Education at glance, ci dicono che nel 2018, l’Italia ha speso l’equivalente di 11.202 dollari per studente nell’istruzione primaria, secondaria e post-secondaria non terziaria, 748 in più rispetto alla media europea (che è stata di 10.454 dollari). 

La maggior parte della spesa corrente per l’istruzione è destinata alla retribuzione del personale docente e non a dimostrazione del fatto che le risorse messe a disposizione sono estremamente limitate; nel 2018 in Italia la spesa è stata del 72% contro il 74% media europea, con degli stipendi per i nostri docenti al di sotto di quelli del resto d’Europa. Questo disincentiva la scelta di fare l’insegnate (che tra le altre cose ha pochi scatti di carriera) e demotiva quelli che hanno deciso di intraprendere questo lavoro. Tra l’altro, il corpo docente italiano è sempre più anziano, solo 1 su 6 è under 50 con un’età media di 52,5 anni (fonte Orizzonte Scuola dal Rapporto Inapp 2021). Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, si potrebbe utilizzare il modello di reclutamento della riforma Brunetta per assumere i precari (come ci chiede l’UE da almeno 20 anni) colmando i 240mila posti attualmente vacanti.

Il nostro paese necessita, oltre a quanto già detto, anche di disporre di una rete capillare servizi educativi per la prima infanzia. Non solo come aiuto per le famiglie lavoratrici ma anche come investimento di lungo periodo sull’occupazione (solitamente femminile) e sull’apprendimento dei bambini, che nei primi 1.000 giorni di vita sono più ricettivi. Purtroppo, al momento, l’Italia ma non riesce a raggiungere l’obiettivo europeo di garantire 33 posti in asilo nido ogni 100 bambini.

L’arrivo della pandemia ha reso molto più complesso l’accesso all’istruzione creando un vero e proprio gap educativo, in particolare per i minori provenienti da famiglie in disagio economico o privi di strumenti per la didattica a distanza (pc e tablet, connessione internet veloce, etc…) e tutto questo ha portato ad un aumento della povertà educativa. La pandemia ha anche reso necessaria un’analisi chiara dello stato degli edifici scolastici, per verificare se era possibile adottare il distanziamento in classe. È risultato evidente che la condizione del patrimonio edilizio scolastico ha una percentuale elevata (6,6%) di edifici “vetusti”, cioè con un’età superiore ai 50 anni e che di conseguenza necessitano di interventi di manutenzione ed ammodernamento.

Un altro tema, tornato in primo piano per via delle norme Covid, è la questione dei trasporti pubblici per raggiungere la scuola, con la necessità da un lato di rispettare le norme anti-contagio e dell’altro di garantire a tutti gli studenti e le studentesse di poter arrivare a scuola facilmente. Anche qui servirebbero investimenti importanti ma in questi due anni poco è stato fatto.

Un ulteriore problema, accentuato dalla pandemia, è quello dei neet, 15-29enni che non studiano e lavorano, arrivati a 2 milioni, raggiungendo il 20,7% nel secondo trimestre del 2020. Si tratta di un dato record che colloca l’Italia al primo posto in Europa. Giovani che subiscono atti di bullismo, cyberbullismo e che rispondono con atteggiamenti autolesionistici, una serie di disagi che vanno affrontati, risolti e se possibile prevenuti, una sfida enorme. 

In generale possiamo dire che la pandemia ha evidenziato problemi che già c’erano e sì conoscevano ma che il momento di forte difficoltà, come quello che stiamo tuttora affrontando, ha fatto emergere in maniera prepotente e impellente.

Proprio per garantire un futuro dignitoso alle giovani generazioni è fondamentale che l’Italia investa una parte significativa delle risorse nel sistema scolastico. Non solo per garantire a tutti il diritto allo studio (e che sia un percorso educativo di qualità), ma anche per formare personale qualificato e competente in grado di inserirsi in un mondo del lavoro, e in un mercato sempre più digitale, con conoscenze che saranno indispensabili nei prossimi anni. Il Pnrr può rappresentare un’opportunità importante per combattere la povertà educativa e il next generation Eu è stato pensato proprio per dare la possibilità di ridisegnare il futuro dell’unione europea. Ma il futuro appartiene ai giovani e da loro dobbiamo ripartire.

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