PEDAGOGIA

Diari della migrazione: una Storia da raccontare.

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Non c’è dubbio: la migrazione è uno dei grandi temi del nostro tempo. Ne parlano tutti, dagli ambienti accademici a quelli politici, i giornali di destra e quelli di sinistra, gli studenti nelle scuole e gli avventori al bancone del bar.

Ne ha parlato molto anche ex-aequo, analizzando i numeri, i flussi, le politichele parole. A volte però è il passato a darci gli strumenti per capire meglio il presente, cogliere ciò che sta succedendo alla luce di ciò che è già successo, dare un senso nuovo agli eventi, che sfugga a un qui e ora troppo impregnato di vita vissuta per essere valutato in modo pienamente lucido.

È per questo che ci accingiamo a presentare una (breve) storia delle migrazioni, di chi si è spostato nei secoli passati, perché lo ha fatto, in che contesto sociale ed economico. Una storia delle migrazioni dalla prospettiva europea, si intende, perché di flussi e rotte che non riguardano il nostro continente ce ne sono, e sono stati, talmente tanti che non basterebbe certo un singolo articolo.

Gli uomini si muovono da sempre. E per fortuna, verrebbe quasi da dire: molto banalmente, dobbiamo ringraziare l’istinto ramingo dei nostri progenitori, e la loro pazienza migratoria, se altri continenti oltre all’Africa sono stati popolati nel corso dei millenni.

Nelle epoche più antiche, nonostante l’introduzione dell’agricoltura in alcune zone del mondo (X-VIII millennio a.C.) per lungo tempo moltissime popolazioni sono rimaste sostanzialmente nomadi o, più in generale, mobili proprio perché la loro economia era legata alla pastorizia, al commercio o al mare.

Come testimoniano le fonti archeologiche, durante tutta l’antichità il Mediterraneo è stato percorso da navi ed eserciti che si spostavano da una parte all’altra delle sue coste per creare sbocchi mercantili ed ampliare regni. È legittimo ipotizzare che un’altrettanto vivace mobilità abbia caratterizzato anche le altre parti del mondo.

Nel Medioevo europeo la diffusa mobilità transnazionale aveva un ruolo strutturale, benché non ufficialmente riconosciuto: la densa presenza di vagabondi ed emarginati che si spostavano attraverso i territori del continente serviva infatti a mantenere attiva la pratica cristiana della carità.

Quella medievale, però, era una società fondata sull’agricoltura, sulla proprietà terriera e dunque sul valore della sedentarietà, mentre nel concetto stesso di viaggio è insito un elemento di emarginazione: emarginazione che i vagabondi e i viandanti iniziarono a subire anche in termini legislativi, diventando gradualmente degli outsider della società (“banditi”, nel senso di persone colpite da un bando, una limitazione della libertà di movimento).

Con il Medioevo, insomma, il movimento delle persone diventa qualcosa che occorre controllare e limitare e lo spazio diventa il linguaggio della differenziazione sociale. La spinta umana allo spostamento, tuttavia, non si esaurisce ed è anzi proprio la ricerca di nuovi luoghi, o di nuove strade per raggiungere luoghi già noti, a rendere possibile una “scoperta” geografica di importanza cruciale per la storia di tutti noi quale quella dell’America.

A partire dal Cinquecento, e in modo massiccio dal Seicento in poi, sempre maggiori flussi di persone – se ne stimano circa 50-55 milioni – lasciano i paesi europei diretti in Sud America (spagnoli e portoghesi), Nord America (olandesi, inglesi e francesi), Africa (olandesi, inglesi, francesi, tedeschi e, in seguito, italiani) e Medio ed Estremo Oriente (olandesi, francesi e inglesi) (Hoerder, 2002).

L’Europa diventa così il punto di partenza di un’emigrazione forse senza precedenti e i suoi coloni si stabilizzano un po’ ovunque nel mondo, intrecciando rapporti di vario tipo con i governi e le popolazioni locali. 

Con il loro progressivo popolamento, le nuove terre non tardano a diventare anche la destinazione di esiliati, condannati, eretici ed oppositori politici, che pian piano si sostituiscono alle popolazioni indigene, di volta in volta combattute, sterminate o esse stesse deportate altrove, come accadrà in Africa: fino al 1807, anno in cui la Gran Bretagna dichiarerà illegale la tratta, vengono deportati nel Nuovo Continente circa 11 milioni di schiavi, generando un connubio, ancora oggi spesso rintracciabile, fra migrazioni forzate e condizioni di schiavitù o servitù, che rappresenta la pagina più nera della storia delle migrazioni.

In generale, è iniziata con il colonialismo e finita – ma solo formalmente – con la decolonizzazione del secondo Novecento una fase di oltre cinque secoli durante la quale dai paesi africani ed asiatici “si giunge in Occidente soltanto in catene” (Gambino, 2011): un’esperienza storica e psicologica durata troppo a lungo per non imprimersi nelle rappresentazioni che gli abitanti di quei luoghi – e in particolare dell’Africa sub-sahariana, dove la desegregazione effettiva viene conquistata solo dal 1991– hanno dell’accesso al mondo europeo e che va tenuta presente per comprendere molte delle attuali spinte migratorie verso il nostro continente. 

Con la fine della prima guerra mondiale diminuiscono anche i flussi di emigrazione dall’Europa, anche a causa di una stretta sulle politiche migratorie statunitensi, che però non si esauriscono: fino alla fine degli anni cinquanta molti europei continuano ad emigrare verso l’America e l’Australia.

Tuttavia, si riscontrano i primi segnali di un movimento contrario, con il boom economico che investe l’Europa dagli anni sessanta: c’è bisogno di manodopera nei paesi del centro nord Europa e quelli del sud sono pronti a fornirla. Italiani, spagnoli, portoghesi, greci migrano ora all’interno del continente, sempre e ancora per cercare fortuna.

A questi cominciano ad aggiungersi anche lavoratori migranti da fuori Europa: turchi, marocchini, tunisini, algerini. Per dare un’idea, la forza lavoro straniera in Germania passa dallo 0,6% del 1957 all’11,2% del 1972 (Bettin e Cela, 2014).

Nel 1973 però interviene un nuovo cambiamento: la crisi economica mondiale che segue allo shock petrolifero convince i paese del centro nord Europa a rivedere le proprie politiche migratorie in senso restrittivo, e i flussi di migranti sull’asse sud-nord si riducono significativamente.

A partire dalla fine degli anni ottanta però si apre un nuovo asse migratorio: quello est-ovest. Con la caduta dei regimi comunisti, molti cittadini dell’est si trovano le porte aperte e la miseria in casa. L’Europa occidentale è per loro un’attrattiva troppo forte.

1,2 milioni di persone emigrano dai paesi dell’Est nel solo 1989 (Bettin e Cela, 2014), e il flusso proseguirà per tutti gli anni novanta. Milioni di polacchi, romeni, albanesi, moldavi, ucraini, russi si spostano verso ovest, per non parlare dei profughi di guerra causati dal conflitto in cui deflagra la ex Jugoslavia.

La traiettoria est-ovest proseguirà fino ai giorni nostri, con l’ingresso nell’Unione Europea di otto paesi nel 2004 (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria), e poi di altri due, Romania e Bulgaria, nel 2007, che rende ancora più facili e fluidi gli spostamenti.

Nel frattempo flussi sempre più consistenti di migranti arrivano da paesi extra-europei, da Africa, Asia e Sud America in particolare, andando a comporre il quadro del fenomeno migratorio come lo conosciamo oggi.

Un quadro che, secondo i dati Eurostat, ha visto la popolazione straniera residente in Europa quasi raddoppiare negli ultimi venti anni, passando dai circa 20 milioni del 1998 ai circa 40 milioni del 2018 (il dato include i cittadini europei che vivono in un paese europeo diverso da quello di cittadinanza).

Un quadro dove si mescolano migranti forzati – si veda ad esempio il flusso di un milione di persone, molte delle quali siriane, arrivate in Europa nel 2015 – e migranti economici, familiari che si ricongiungono e nuovi cittadini europei.

Un quadro apparentemente confuso, che però mantiene le sue radici nel passato. Quando ragioniamo sulle migrazioni attuali – dirette soprattutto verso l’Europa e gli Stati Uniti – dovremmo infatti sempre tenere presente che esse hanno come antecedente un movimento in senso opposto di cui la tanto nostalgicamente rievocata “emigrazione dei nostri nonni” è solo un pallido riflesso: quell’antecedente si chiama “colonialismo”.

Nonostante la crisi seguita allo shock petrolifero, negli anni settanta l’Italia ha ormai raggiunto un livello economico di benessere diffuso, o quanto meno ha ridotto notevolmente le sacche di miseria che hanno caratterizzato la storia del nostro paese fino agli anni sessanta.

L’Italia diventa così una meta attraente per l’altra sponda del Mediterraneo. Da qui iniziano ad arrivare persone che il cui progetto migratorio è diretto soprattutto al miglioramento della propria situazione economica: donne somale, eritree, etiopi e filippine (faranno le collaboratrici domestiche), giovani tunisini (faranno i pescatori in Sicilia) e marocchini (diventeranno lavavetri e venditori ambulanti), jugoslavi (verranno impiegati nell’edilizia) a cui si aggiungono i primi rifugiati politici dal Cile e dall’Iran. Questi migranti partono soli e mandano poi parte dei soldi guadagnati – le cosiddette rimesse – alle famiglie rimaste nel paese di origine.

Negli anni ottanta, periodo di consolidamento della presenza straniera in Italia, a partire sono anche persone più giovani, istruite e provenienti da ambienti urbani, che si spostano perché i cambiamenti nell’economia mondiale hanno messo parzialmente in crisi i loro settori di occupazione: da noi lavoreranno nell’agricoltura e nell’edilizia, oppure come assistenti domestici, ma nel corso del tempo molti di loro – ad esempio i senegalesi – apriranno degli esercizi commerciali in proprio arrivando ad occupare oggi un posto non trascurabile nel panorama dell’imprenditoria italiana.

Superata nel 1987 la soglia del mezzo milione di soggiornanti, da fenomeno episodico l’immigrazione diventa una realtà socialmente ed economicamente rilevante. In seguito alla caduta del Muro e alla frantumazione politica dell’Urss, durante gli anni novanta iniziano gli sbarchi albanesi in Puglia e gli ingressi dall’Est Europa, mentre si stabilizzano i ricongiungimenti familiari.

Già a partire dagli anni duemila, tuttavia, si manifestano le prime evidenti problematicità legate alla sempre più sfavorevole congiuntura economica: nel decennio appena concluso si registrano una notevole quota di permessi scaduti e non rinnovati e il sempre più frequente transito dei migranti verso altre terre europee o il ritorno a casa.

I flussi migratori, abbiamo visto, quindi, che non sono movimenti casuali ed emotivi: la colonizzazione ha strutturato dei precisi rapporti di potere a livello mondiale che oggi parlano il linguaggio della frontiera e del continuo travaso di forza lavoro.

Per capire la presenza dei migranti qui, dobbiamo capire il contesto da cui provengono, che non va trattato come qualcosa di altro da noi, con cui non abbiamo a che fare se non per esportarvi il nostro modello politico o le nostre imprese: la realtà dei luoghi di origine dei migranti è già da secoli pienamente dentro il funzionamento della nostra stessa economia, come ci insegna Abdelmalek Sayad nel celebre La doppia assenza.

Non solo perché la nostra storica presenza lì ha a tal punto impoverito quei paesi da costringere oggi le persone a lasciarli, e perché in molte di quelle terre si combattono guerre che muovono in realtà interessi esterni a quelli locali, ma anche perché la nostra economia di “paesi sviluppati” ha bisogno di migranti.

Una Storia quindi da continuare a raccontare per conoscere il passato, il presente ed immaginare il futuro con strumenti nuovi, inclusivi, paritari affinchè la storia di tutti possa aver nuovi orizzonti.

Fonte: Valentina Simeoni, antropologa ed insegnante.

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