GEOPOLITICA

Storia di una bolla rosa: l’HIV tra stigma e pregiudizio.

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Chiudete gli occhi, sta per iniziare un viaggio tinto di rosa fluo, a cavallo tra comunicazione mediatica e stereotipi, con la speranza di riuscire a costruire un presente ed un futuro inclusivo e libero da preconcetti ed ignoranza. Nella settimana della “lotta all’AIDS” serve guardare al passato per decostruire il presente.

Il nostro viaggio inizia a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90: la televisione trasmette pubblicità progresso utili a informare e sensibilizzare i cittadini sul dramma di quel ventennio: la sieropositività. Allora sembrava quasi che essere sieropositivi o avere sviluppato la patologia nota come AIDS fosse esattamente la stessa cosa, in qualche modo le due condizioni erano dei sinonimi. Oggi sappiamo che non è così, anche se, sono certa che facendo un po’ di interviste a campione, ahimè, molti cadrebbero nel tranello del considerare identiche le due situazioni ancor oggi. Visto che vogliamo iniziare a parlare del fenomeno attraverso l’immagine distorta della sieropositività fornita dai media riavvolgiamo il nastro ed analizziamolo.

Una delle campagne pubblicitarie, forse la prima, ad occuparsi di questo tema, per le persone della mia generazione, per gli adulti di oggi, è purtroppo iconica: immagini sfocate in bianco e nero in cui alcune figure man mano vengono ingabbiate in una bolla rosa. Eccolo lì lo stigma, ecco la colpa tinta di un colore luminoso. Attenzione però noi, i telespettatori la vediamo, ma è invisibile per gli ignari protagonisti del cortometraggio, che infatti attraverso le loro condotte di vita “poco normali” (non lo dico io, lo suggerisce lo speaker stesso), man mano si infettano e vengono rinchiuse nella bolla.

Con quella pubblicità in un attimo ci rubano due elementi, uno fondamentale per ogni cultura umana che a mio avviso si possa definire tale: l’assenza di pregiudizio, ed uno non fondamentale ma certamente caratterizzante per la cultura occidentale. Il significato del colore rosa: associato alla sensazione di calma, all’idea di tenerezza, dolcezza e romanticismo; la tinta dell’amore per eccellenza, simbolo incontrastato di giovinezza ed innocenza. Quella bolla rosa, lo stigma del “malato-untore”, rappresenta uno sprovveduto, pericoloso vettore di un nemico invisibile: il virus. Certo ai quei tempi contrarre l’HIV era ancora più preoccupante di oggi, infatti le cure non erano tanto sviluppate, gli antiretrovirali non arrivavano a disattivare praticamente in maniera completa il virus, quindi le persone morivano con frequenza e la patologia sembrava senza scampo.

Lo stigma innescato è pesante, perché a partire da quelle immagini il mondo, che aveva già abbastanza divisioni intrinseche, deve fare i conti con un altro solco, una linea sottile, ma profonda, che emana luce fluo rosa che divide le persone in due categorie: i normali da un lato, fuori dalla bolla: con il colletto inamidato, la famiglia del mulino bianco (per rimanere sempre nel mondo dei modelli proposti dai media), eterosessuali, che sanno divertirsi in maniera sana, non soggetti alle dipendenze. Dall’altro lato della barricata, invece? Chi sono gli altri? Coloro che rischiano, gli unici che secondo lo schema proposto in quegli anni effettivamente possono entrare nella bolla rosa? I non normali: gay, tossici, uomini che hanno rapporti occasionali con prostitute, sono loro gli a-normali, pericolosi. Non bastavano i giudizi soliti, sopraggiunge ora la colpa della malattia.

Dentro alla bolla il pericolo, fuori il virtuoso, dentro l’immoralità, fuori la buona condotta. In definitiva: dentro alla bolla si rimane intrappolati e rinchiusi, fuori dalla bolla si è liberi.

Ecco che pregiudizio, stigma e paura si intrecciano per emarginare e puntare il dito contro alcune categorie. Abbiamo lo schema perfetto: una malattia senza cura, un nemico invisibile, una serie di persone dalla condotta di vita dubbia: omosessuali, tossicodipendenti e frequentatori di prostitute. Chi lo dice? Lo spot chiaramente, quello spot dal fondamentalmente corretto messaggio “aids se lo conosci lo eviti, se non lo conosci ti uccide”, che però ci sbatte in faccia un’interpretazione semplicistica della vicenda che presenta il rischio del contagio solo attraverso siringhe, prostitute e come potevano mancare loro nella lista delle scelte di dubbia salubrità della vita: gli omosessuali.

La frittata è fatta. In un momento si prendono alcune minoranze, si aggiunge un nuovo nemico sconosciuto, un pizzico di paura, si mescola velocemente ed ecco la pietanza del pregiudizio: attenzione al nuovo pericolo ci vuole strappare la vita e lo fa attraverso alcune categorie ben precise. La bolla rosa fluo ora non è più un alone, ora è un muro invalicabile. Attenzione grida la folla: la persona che contrae il virus, rinuncia al suo stato di persona ed assume quello ingrato di vettore del virus, pericolo per la comunità, qualunque cosa faccia. Sembra che basti vivere per aumentare le bolle rosa. Attento a come respiri, a come ti muovi, a come mangi e dove lo fai, non baciare, non toccare, non fare l’amore. Attento a non vivere.

Ma si può accettare una non vita? Mi sembra inutile dire come la penso.

Questo è il clima in cui molti di noi sono cresciuti. Quello in cui il malato di AIDS dovrebbe starsene rinchiuso ad aspettare la morte, purché lontano da noi. Quello in cui la sieropositività, appartiene solo ad alcune categorie (immorali) ed io in quanto femmina, bianca ed eterosessuale, se sono fortunata e mio marito non mi tradisce con una prostituta, sono automaticamente immune.

Ci rendiamo conto, di quanto quella sottile bolla rosa abbia condizionato anche impercettibilmente il pensiero e la condotta di molti di noi? Da un lato ha creato uno stigma assurdo contro alcuni, dall’altro ha costruito un’idea di immunità immotivata per tutti gli altri.

Il 2021 che incede speditamente verso il suo tramonto mi sembra un buon anno per ristabilire pesi e misure. Oggi la sieropositività sulla carta è ben distinta dalla manifestazione della malattia. I tempi sono maturi per concretizzare nella nostra condotta quotidiana alcune idee: il sieropositivo non è un untore che deve rinunciare alla socialità e al romanticismo, gli antiretrovirali funzionano e con un rispettoso livello di comunicazione trasparente è possibile vivere una vita sicura ed appagante con chiunque. I tempi inoltre sono maturi per comprendere che l’AIDS non può essere considerata una sindrome di categoria: basta additare gay, tossicodipendenti, prostitute ed il terzo mondo. La malattia corre e può colpire chiunque in un mondo schiavo del pregiudizio e dell’ignoranza. La patologia è molto democratica e finché relegheremo il ruolo dei contraccettivi a barriera come utili solo al controllo delle nascite e non ad una più ampia idea di protezione della propria e altrui salute, il rischio è dietro l’angolo per chiunque di noi, anche per me, anche per te che leggi, chiunque tu sia, qualunque sia il tuo orientamento sessuale, che tu abbia partner occasionali o abbia una relazione stabile, che tu sia nato in occidente o che tu provenga dall’altra parte del pianeta.

Rispetto e consapevolezza sono le parole chiave da adottare per cancellare quell’alone rosa, per proteggersi veramente, per consentire una vita soddisfacente a chi purtroppo non è riuscito a schivare il virus, solo così potremo provare a costruire un presente ed un futuro inclusivi e degni di umanità, il tempo dello stigma e del preconcetto deve concludersi, solo noi possiamo porre il punto alla narrazione degli anni ’80.

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