ARTE&CULTURA

Il paradigma della gentilezza: una questione di parola.

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Domani, il 13 novembre, il mondo festeggia la “Giornata internazionale dedicata alla gentilezza”, istituita nel 1998 dal “Kidness Movement”, una ONG di gentilezza delle nazioni. La tradizione di questa giornata affonda le sue radici più in profondità, in una soleggiata giornata del marzo 1963 a Tokio, quando il rettore dell’università, Seiji Kaya, nel suo discorso di addio agli studenti in procinto di laurearsi, pronunciò le seguenti parole: “Voglio che tutti voi siate coraggiosi nel praticare la ‘piccola gentilezza’, creando così un’ondata di gentilezza che un giorno investirà tutta la società giapponese”. Queste parole pronunciate con convinzione e riportate dai media del Paese, diedero il via al Movimento Giapponese della Piccola Gentilezza. È banale dirlo, ma il movimento non rimase fermo e l’ondata di gentilezza tanto desiderata iniziò pian piano, ma inesorabilmente, a coinvolgere non solo il Giappone, così come si augurava il rettore, ma il pianeta intero.

Tutto nacque da “Shinsetzu” la parola giapponese che significa gentilezza. Fu probabilmente quel termine, pronunciato con convinzione, che stimolò la necessità di costruire nuove strade e di trovare un nuovo modo di intendere le relazioni.  La sola parola gentilezza, traducibile in tutte le lingue del mondo, non bastò più a descrivere ovunque nel pianeta le tante modalità di interazione gentile, che si nutrono di piccoli gesti e di garbate parole che li descrivono. Sembra scontato, ma ogni popolo ed ogni cultura hanno ampliato il proprio particolare modo di dare corpo al movimento della gentilezza, attraverso gesti, atteggiamenti, usi e abitudini specifici, che in qualche luogo diventano tanto fondamentali nella quotidianità da meritare di esistere ed essere descritti. E come garantire al meglio l’esistenza di qualcosa, se non attraverso la presenza di un termine specifico per descriverla? Per chi come me, ama le parole, non c’è modo migliore per raccontare una cultura se non concentrandosi sulle parole particolari che la rappresentano. Ecco che ci immergiamo in un viaggio fatto di termini intraducibili. Parole che come formule magiche esistono in un luogo per rappresentare qualcosa di particolare che altrove non viene preso in considerazione o comunque non ha una rilevanza fondamentale.

Vorrei proporre un viaggio tra le parole gentili che preferisco, pescate tra i dizionari del mondo, perché è importante ricordarci che essere gentili non significa solamente utilizzare le buone maniere, essere ben educati ricordando di dire “grazie” e “per favore”. Essere profondamente gentili nell’approccio con gli altri e con la natura, ad oggi, forse è l’unico modo per poter progredire come esseri umani. Tuffare il naso nell’inchiostro impresso sulle leggere pagine che raccolgono le parole di una lingua, potrebbe essere un modo per trarre ispirazione e importare nel Bel Paese qualche nuovo rito, o semplicemente per rinvigorire qualche pensiero ormai assopito.

Tartle” è la prima parola che ho scelto, è scozzese e rappresenta “l’imbarazzo che si prova quando non si ricorda il nome di qualcuno”. In Scozia, quindi, esiste un termine che descrive il disagio che avvertiamo quando generalmente per errore, neghiamo a qualcuno la gentilezza ed oserei dire il diritto di sentirsi descritto nella propria identità. Questo ci fa comprendere quanto, in quel Paese, sia fondamentale garantire il concetto di riconoscimento dell’identità. Nella parola in questione l’identità è descritta dall’elemento che ci rappresenta di più in assoluto: il nostro nome, ma per estensione mi assumo la responsabilità di dire che in generale è la presenza e combinazione di tutti gli elementi che aiutano a determinare e descrivere l’unicità un essere umano. In Italia non esiste un termine che rappresenti questa sensazione e forse per vederlo introdotto nel nostro dizionario dobbiamo compiere molti passi avanti per iniziare ad accogliere profondamente le varie identità che le persone che incontriamo ci propongono.

Dalla Scozia torniamo in Giappone per scoprire un termine che questa volta non prende in considerazione il singolo, ma lo vuole inserire nel suo contesto sociale. Questa volta troviamo la persona immersa in uno spazio sicuro e mosso da profondo affetto, stima, disponibilità e fiducia, quello in cui si trovano i “nakama”: amici così cari che sono come familiari. Questo è forse il termine che nel mondo riesce a rappresentare con più lucidità la gentilezza dei rapporti umani e non sarebbe male iniziare ad usarlo, perché su questo concetto forse anche noi siamo pronti ed allineati.

Viaggiando verso nord e tornando in occidente mettiamo i piedi sulla neve della Bielorussia. Qui incontriamo un termine che ha a che fare con la generosità legata al lavoro. Chi di noi ha studiato ed ha qualche nozione di storia, può ricordare quanto i concetti di “lavoro” e “condivisione” siano alla base della cultura dei Paesi di matrice russa. La storia ha plasmato certamente il modo di intendere la quotidianità, lo studio, il lavoro ed i diritti anche oggi, infatti ecco che qui abbiamo la parola “talaka” che significa “aiutare qualcuno nel lavoro quotidiano senza aspettarsi alcun pagamento, se non un buon pasto in compagnia alla fine della giornata”. L’accento in Bielorussia è posto certamente sul lavoro, sul salario e sul cibo ed è quantomeno curioso che una delle manifestazioni di gentilezza più tipiche del luogo tenga insieme questi concetti. Talaka, è una parola chiave che ci aiuta ad avvicinarci ad una cultura che forse conosciamo solo superficialmente in cui intuiamo che il lavoro, la condivisione ed il raccogliersi a fine giornata attorno ad una tavola imbandita sono aspetti basilari della vita. Forse i cugini del nord per certi aspetti non sono così distanti da noi.

Terminiamo il giro delle parole gentili del mondo in Thailandia, dove potremmo sentire pronunciare un termine che ci aiuta a descrivere un esempio di profonda gentilezza e dal quale questa volta, sì, dovremmo trarre ispirazione per continuare ad essere autenticamente accoglienti. “Nam jai” è lo “spirito di generosità, altruismo, cortesia e disponibilità verso gli amici ed ospitalità nei confronti degli estranei”. E’ interessante che questo termine tenga in sé il concetto di amico e di estraneo, ma che entrambi siano oggetto di attenzione e cura.

Le parole dei vocabolari del mondo, e queste sono solo alcune, ci hanno aiutato ad intuire di quante sfumature di significato ed azioni concrete si possa comporre l’idea di gentilezza. E’ importante respirare arie lontane per continuare ad imparare ad essere attenti al prossimo, che sia amico, famigliare, collega o addirittura uno sconosciuto. Ricordando che la gentilezza si costruisce sul rispetto, ed anche se abbiamo viaggiato tra le parole, non possiamo dimenticare che dobbiamo imparare a mettere in atto azioni concrete per esercitare la bontà.

Ed ora gentili, ma inesorabili proviamo tutti a far riprendere il viaggio di quell’onda piena di garbo nata in Giappone alla metà del secolo scorso; facciamola progredire e solcare i mari del pianeta, facendo in modo che sappia nutrirsi delle parole del mondo.

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