PEDAGOGIA

Il potere dell’educazione affettiva: la gentilezza come scelta per difendersi dalle “relazioni tossiche”

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A volte è strano immaginarsi in questo canale a poter parlare di gentilezza. La critica che potrebbe essere mossa è che non ci si aspetta di parlare di questo argomento in una pagina di informazione perché spesso si tende a dare alla dimensione affettiva della nostra formazione un ruolo marginale o comunque di cui occuparsi in maniera secondaria.

La modernità con i suoi tempi frenetici e la sua competitività esacerbata, ci spinge troppo spesso a riporre in un cassetto per rispolverarla solo nelle grandi occasioni o, ancor peggio, per dispensarla strategicamente quando si vuole guadagnare qualcosa. Identificarla con le buone maniere sarebbe riduttivo perché quella dei giorni nostri e a cui ci riferiamo in questo articolo, non è fatta solo di cortesia ma di molte qualità quali la solidarietà, la condivisione, l’altruismo e la pazienza; significa saper andare verso gli altri con empatia attraverso uno scambio comunicativo assertivo, portando avanti le proprie idee senza prevaricare né soccombere, nel rispetto altrui e di sé stesso.

Numerose ricerche dimostrano come questa dote, se coltivata, partecipi alla riduzione dei conflitti, aumenti la capacità di affrontare i problemi, permetta di allargare le proprie conoscenze, migliori l’umore, il sonno e, in generale, il benessere psicofisico.

Un esercizio costante quindi, una pratica diffusa, che non può essere relegata ad una predisposizione ma che andrebbe allenata, custodita ma soprattutto, appunto, praticata. E se provassimo, quindi, a considerare la gentilezza come antidoto contro le relazioni tossiche amichevoli, familiari e di coppia?

Si, perché se c’è una cosa che l’educazione all’affettività e alla gentilezza possono fare è piantare piccoli semi di autostima, buona percezione di sé e delle proprie emozioni ed empatia nel sentire dell’altro nel terreno vasto delle relazioni interpersonali, teatro minato e controverso spesso, ma su cui bambini, ragazzi e adulti trovano spazio di confronto dai primi giorni di socialità; si, perché è qui che ogni tassello che poniamo sul cammino, diventa importante perché confluisce nella memoria affettiva, che porterà ciascuno a compiere delle scelte, a prendere delle decisioni e dunque a relazionarsi.

Educare alla gentilezza, quindi, diventa un modo per allenare ogni giorno la propria capacità di ascolto, di assertività ed empatia. Assertività ed Empatia, come ho già avuto modo di dire in altri articoli, sono due capacità umane strettamente connesse, per non dire inscindibili l’una dall’altra, tanto che mi piace parlare di Assertività Empatica: un’evoluzione del comportamento attraverso la quale si diventa capaci di far valere le proprie idee e le proprie opinioni senza urtare la sensibilità delle altre persone e, nel medesimo tempo, si è in grado di comprendere in profondità i sentimenti e le emozioni altrui, come se fossero proprie, in una sorta di profondo scambio emozionale tra menti. È qui, quindi, lo snodo cruciale tra gentilezza e prevenzione dalla tossicità di alcuni comportamenti all’interno di una relazione.

La psicologia ci aiuta a definire un rapporto sano come caratterizzato dal desiderio di una reale “intimità” con l’altra persona, dalla capacità di occuparsi di tutti gli altri aspetti della propria vita, da lealtà e supporto reciproco, dall’accettazione e dal sostegno all’autonomia dell’altra persona, dall’accettazione delle debolezze e dei punti di forza dell’altro individuo e da un reale stato di interesse per il suo benessere.

Mentre le relazioni  di tipo funzionale sono caratterizzate, quindi, dalla sicurezza, dal prendersi cura dell’altro e anche di se stessi, dalla collaborazione e cooperazione nel raggiungimento di scopi comuni e da valori condivisi (es. sostenere l’altro nelle sue scelte, essere onesti e fidarsi dell’altro, ecc.), le relazioni disfunzionali, invece, si nutrono di  insicurezzaegoismo e scarso decentramento, disonestà e sfiducia nell’altro,  sino ad arrivare ad abuso di potere e controllo da parte di una o più persone coinvolte.

Lasciando ad altre sedi e a penne sicuramente più competenti sull’argomento le conseguenze che l’estremo punto della violenza fisica e verbale che atteggiamenti e relazioni tossiche possono generare e se volessimo, per esempio, provare ad elencare, per parlarne e riconoscerli, alcuni dei comportamenti tossici più diffusi negli ultimi tempi dovremmo citare:

  • Il ghosting: comportarsi da fantasma, esserci e non esserci a piacimento.
  • Il Love-Bombing: cercare di impressionare, a volte con offerte esagerate di attenzioni, soprattutto nei primi mesi di relazione, tese a compensare momenti di disinteresse totate.
  • Il Benching: lasciare in “panchina” qualcuno con cui non si ha alcuna intenzione di costruire un rapporto di nessun tipo, ma che si vuole comunque tener legato a sé.
  • Lo Staching: rinchiudere la relazione in una bolla di isolamento e tenere il partner/amico/familiare “segreto”.
  • La Manipolazione emotiva: e qui potremmo aprire un manuale ad hoc e scrivere pagine e pagine di riflessione sull’argomento, e magari lo faremo in un’altra settimana dedicata per approfondire con qualche esperto la questione. Per questo articolo ci limiteremo a dire che si tratta di “tattiche” per sfruttare, sminuire o ferire il partner, i familiari e gli amici per distorcere la realtà delle cose e deviare l’attenzione dalle proprie responsabilità, o non riconoscere per lavorarci le proprie mancanze attribuendole all’altro, tra cui rientrano anche alcuni degli atteggiamenti sopracitati.

Diciamo che è un gioco di controllo, poco propenso al rispetto della libertà e del benessere mentale ed emotivo dell’altra persona coinvolta nella relazione. Ecco perché si allontanano emotivamente, soltanto per idealizzarti di nuovo appena cominciano a perdere il controllo. Ecco perché a volte si comportano in maniera onesta e sincera ed a volte no, in modo che tu non riesca mai a raggiungere un senso di sicurezza rispetto a chi sia davvero la persona che hai di fronte rischiando di investire energie, vivacità, attenzioni e cure che andranno disperse.

Attenzione bene, non si tratta di non reciprocità, che invece è un aspetto sano e un diritto di ognuno in una relazione, ma delle modalità con cui si interagisce con l’altro in totale assenza di rispetto, chiarezza e attenzione al suo sentire.

Allenare l’empatia, educare alla gentilezza e all’ascolto attivo, tornando al punto iniziale, potrebbero quindi permettere non solo di evitare di generare ed essere “carnefici” in un rapporto disfunzionale ma anche capire quando è il momento di lasciare andare un rapporto che ne presenta alcuni tratti perché la propria persona non è valorizzata e rispettata.  

Tante volte si pensa che la gentilezza sia sinonimo di debolezza. Chi è gentile sembra che si sottometta all’altro, che ne sia succube. In realtà, è vero il contrario. Chi è realmente gentile, in maniera autentica, ha una buona stima di sé e del proprio valore come persona, sa ragionare sul proprio sentire e accettare l’errore dell’altro o il proprio come elemento di crescita personale, sa relazionarsi con se stesso e con le proprie emozioni.

 Educare alla gentilezza, dunque, è un dono per sé e per la comunità.

Educare i bambini alla gentilezza porta altra gentilezza.

E’ un dono per sé, ma aiuta a pensarsi in una prospettiva più grande. Al centro del mondo non c’è più il singolo, ma l’intenzione e la volontà di un’intera società a rimettere il benessere mentale, l’autenticità e il confronto costruttivo al centro del proprio sviluppo.

E Non è l’ingenua proposta di uno spirito naif o buonista, ma l’approccio di una persona che ci crede davvero tanto, beh si, questo si; perchè essere gentili significa anche riuscire a difendersi con le proprie modalità dalle persone aggressive, saper conoscere e comunicare i propri bisogni e desideri, saper reagire se il nostro capo sminuisce le nostre potenzialità in luogo pubblico, sapersi difendere dai manipolatori consci o inconsci, riuscire a dire di no senza sentirsi in colpa, saper rifiutare un invito sgradito, sapere quando lasciare andare per tornare ad essere leggeri e mai superficiali.

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