PEDAGOGIA

Gioventù: il più grande tra i riti di passaggio

Spread the love

“Quando sarò grande, vivrò in una casa tutta mia. Lo desidero, ma forse ne ho paura!”.

Non così ben articolato, ma questo era il pensiero che avevo da bambina, da piccola. Esistono i bambini, esistono gli adulti e poi c’è quella terra di mezzo, quel limbo, quel confine dalla misura e densità variabili: la gioventù. Sfogliando un vecchio e polveroso dizionario alla parola gioventù si trova associata la definizione: “una delle età della vita umana, compresa tra l’adolescenza e la maturità”, una via di mezzo, appunto. La giovinezza è quindi lo spartiacque tra la dolcezza dell’infanzia e la responsabilità della vita adulta. Una fase incerta che porta con sé nell’immaginario di molti, tanto il desiderio, tanto il timore. Il desiderio di camminare con le proprie gambe, di lasciare la mano del genitore che ci ha condotto, ma al contempo il timore della perdita dell’equilibrio, dell’ignoto, della solitudine.

Il concetto di gioventù nelle epoche è mutato profondamente nella forma, nel significato, nella durata. Ogni generazione ha attribuito a questa fase un valore differente e si sono creati nel tempo veri e propri topos letterari, cinematografici, di moda. Si passa dalla gioventù come periodo di forza e lavoro, alla gioventù come momento di creazione della famiglia, per poi giungere al giovane-ribelle, il giovane-dannato, il giovane-trasgressivo ed oggi il giovane-perso, il giovane-incerto. Quante etichette per questa indefinita fase della vita. Che cosa sia la gioventù e che cosa rappresenti veramente è difficile dirlo, il concetto è talmente mutevole e volubile che ognuno è spinto ad attribuire un valore intimo a questa fase della vita. 

L’unica costante nel tempo e nei luoghi, è che la gioventù sia il più grande dei riti di passaggio.

L’importanza del rito di passaggio in alcune epoche ed in alcuni luoghi è stata più evidente e perché no, sancita da passaggi sociali obbligatori. Le tribù più ancestrali ancor oggi propongono ai propri giovani veri e propri riti di iniziazione alla vita adulta. Durante questi momenti si pretende che il giovane mostri il proprio coraggio, la propria saggezza e che, soprattutto, aderisca alla tradizione della società in cui è inserito. Il rito di passaggio di stampo maggiormente occidentale nei secoli è stato più mutevole. Vendendo a tempi piuttosto moderni la mente va al servizio di leva per esempio, che per generazioni e generazioni di giovani ha rappresentato lo spartiacque tra una, forse prematura giovinezza, e la vita adulta, allora rappresentata dalla disciplina, dalla propensione al rigore, dall’apprezzamento della norma. Era quello il rito, superare un periodo lungo, lontano da casa, in cui, talvolta con fatica, forse con timore, si conquistava un poco di autonomia, si diventava “uomini”. Questo era un rito sbilanciato, non comprendeva le donne in questo passaggio, che dovevano attendere il fatidico sì, l’abito bianco per emanciparsi dalla famiglia d’origine e crearne una propria. Il passaggio dall’essere figlia, ad essere prima moglie e poi madre era affidato alle altre donne della famiglia. Anche questi riti tendevano a rendere stabile e saldo il panorama sociale. C’erano i ribelli, coloro che appunto provavo a ribaltare queste norme, ma in quanto ribelli appunto: erano additati come strani, perditempo, talvolta pericolosi. Piano piano questi riti sociali di passaggio sono evaporati, si sono persi, si sono svuotati di significato. Nella nostra società che non si rappresenta in riti di passaggio di stampo tribale, quello della giovinezza diviene un periodo sempre più incerto, sempre più criptico. I pericolosi ribelli che come salmoni nuotano controcorrente diventano sempre di più ed ognuno tende ad architettare il proprio rito di passaggio ed iniziazione alla vita adulta. Il campo ed il tempo per questa costruzione del sé adulto è appunto la giovinezza. Attraversare la giovinezza, è questo oggi il vero e proprio rito.

Tutto inizia nella stabilità, l’infanzia, rappresentata da aspetti certi: la cura genitoriale, l’importanza del gioco e la spensieratezza. Ecco che giunge il primo step del rito di passaggio, del rito di iniziazione alla vita adulta direbbe qualche capo tribù. Arriva la perdita dell’equilibrio ed il desiderio di “rottura” di “separazione”. Il bambino inizia ad emanciparsi, a ribellarsi e a costruirsi un pensiero proprio. Inizia la separazione nel pensiero, gli scontri con l’adulto che rappresenta lo status quo a cui tendere, ma a cui ribellarsi per potersi inserire a pieno titolo. Inizia la separazione nei luoghi, la camera come luogo privato, il desiderio della vacanza tra amici, il viaggio post-maturità. Sentendo questi passaggi ad ognuno di noi verranno in mente libri e film che hanno enfatizzato uno di questi aspetti: gli Sdraiati di Michele Serra, il cult Stand By Me o ancora Into the Wild. Dopo l’uragano della rottura, si apre tutto quel periodo di transizione in cui il giovane sperimenta, gioca a fare l’adulto, torna bambino, sbaglia, chiede aiuto, risolve, nasconde, mostra. Ecco nel rito c’è spazio per la vita, per il provare. Libri, film, serie tv, parlano di innamoramenti, giochi di paura, pericoli, studio, lotte con i genitori, alleanze con la famiglia, ecco che, la maggior parte dei giovani superando le peripezie tipiche dello sviluppo di una fiaba avventurosa, sconfiggono il proprio drago, affrontano l’antagonista, che diciamocelo molto spesso risiede in sé stessi per ricongiungersi simbolicamente e fisicamente con le figure contro cui si è combattuto e dalle quali ci si è voluti emancipare. Dopo le mille peripezie il giovane, trasformato si reintegra nel luogo d’origine. Decide per sé stesso, indossa l’abito che più lo rappresenta, compie le scelte che più lo appagano e senza la paura che avevo io da bambina, va a vivere da solo.

Una bella fiaba questa della gioventù come rito di passaggio. C’è da crederci che sia così, che sia un periodo di tentativi, di incertezze, di volubilità, certo è che il cammino non è sempre sereno, per alcuni è particolarmente scosceso ed il finale non sempre è così sereno ed evidente.

Lo abbiamo detto all’inizio la giovinezza non si sa quando inizia, non si capisce quando finisca e soprattutto che cosa significhi. Non si capisce se questa parola descriva il corpo, lo spirito, o il comportamento. E’ un concetto liquido e mutaforme. Proprio per queste ragioni, per la sua delicatezza merita di essere una fase che esiste nell’autodeterminazione della persona e in questa presa di coscienza va rispettata.

Basta con l’appiattimento della gioventù, basta con i cliché ed i topos preimpostati. Per parlare con e di gioventù si dovrebbe imparare a leggere le sfumature, altrimenti è tempo perso, un rito mancato.

Potrebbe piacerti...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.