ECONOMIA

Giovani e lavoro, un controverso binomio.

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Il termine lavoro e giovani nella stessa frase da fin troppi anni si trovano in contesti di crisi e di una non soluzione del problema; la crisi del Covid-19 ha aumentato ancora di più le difficoltà dei giovani per entrare nel mondo del lavoro; inoltre è impossibile dimenticare le polemiche di inizio estate in cui gli operatori del turismo si lamentavano dell’assenza di lavoratori, accusando gli stessi giovani di essere degli “scansa fatiche”, ma è davvero così? 

La questione del lavoro giovanile è un grande problema, che negli ultimi decenni sta attanagliando soprattutto i paesi occidentali. L’Italia, ovviamente, non è esente da questo problema, dove lo scontro generazionale la fa da padrone. La disoccupazione giovanile, ad oggi, in Italia è pari al 33,7%, e compone per circa il 40% il totale di disoccupazione, pari al 10,7%. I dati ISTAT, quindi, non lasciano spazio a false speranze: la crisi Covid-19 ha tarpato le ali alla fascia di età 15-34 anni. 

Tuttavia nelle discussioni sempre più incessanti, manca la domanda fondamentale “ma i giovani, che cosa vogliono?”; una delle più grandi difficoltà delle generazione dei Millenials è quella di non essere compresi. Provando a tornare indietro di circa 5ùcinquanta, sessant’anni, si ricordano i moti del ’68 e il periodo d’oro del boom economico in Italia, lotte condivise da generazioni diversi, entrambe che arrivavano dal periodo della seconda guerra mondiale; oggi invece, le generazioni più vecchie non riescono  a comprendere le spinte motivazionali di quelle più giovani. La questione, invece, è molto più semplice di così: le generazioni più vecchie non hanno alcun diritto di privare del futuro i giovani; un futuro che provano a costruirsi da loro attraverso diversi tipi di lotte: quella al cambiamento climatico, quella dei diritti civili, quella per l’immigrazione, nonché anche quella per un lavoro dignitoso. 

Il punto, piuttosto, è che il Covid-19 ha accelerato le necessità dei giovani: l’epoca attuale è piena di cambiamenti, un cambiamento del paradigma della costruzione di una identità di società che porterà con se anche un nuovo approccio al mondo del lavoro. La fine degli anni ’90, nonché l’inizio del nuovo Millennio, sono stati segnati da politiche iper-liberiste che hanno costretto molti a lavorare senza avere certezze sul futuro, o meglio, ipotecando quello altrui. La società da quel momento ha vissuto sul paradigma del “crescere senza limiti”, quando effettivamente il limiti vi era; non si può negare che il paradigma della crescita abbia portato a più produzione, maggior lavoro, maggiori risorse e di conseguenza anche maggiori consumi., andando così a guidare il progresso tecnologico, informatico ed energetico di tutta l’umanità. Ma a che prezzo? Tale sistema è arrivato ormai al termine, è evidente, e la pandemia è solamente l’ultima goccia della richiesta di un nuovo paradigma sociale, nonché di cura dell’ambiente e dell’uomo. 

Cosa comporta quindi tutto ciò? Secondo alcuni sondaggi condotti da YouTrend nel 2019, meno del 10% delle donne di età compresa tra i 15 ed i 34 anni crede di avere occasioni di impiego adeguate, mentre dal lato maschile è poco meno del 15 %. La grande maggioranza dei giovani considera le offerte di lavoro in Italia scarse (55%), o comunque limitate 33%; la cosa interessante è inoltre che rispetto a 20 anni fa i giovani di oggi hanno maggiore capacità di adattamento, sono flessibili e realisti, ciò che chiedono è solamente un giusto compenso. In questo rientra anche la questione dei giovani laureati o no; in Italia vi è una netta differenza tra diplomati e laureati, in quanto coloro che trovano lavoro dopo la laurea sono il 14% in più dei diplomati. Anche da un punto di vista geografico, studiare fa la differenza, in quanto la situazione nel meridione italiano resta tutt’oggi molto complicato. Infatti, non solo i giovani laureati sono quelli che emigrano da sud a nord o addirittura all’estero; circa 200 mila studenti negli ultimi dieci anni hanno lasciato l’Italia perchè hanno trovato condizioni lavorative migliori ed ogni anno sono circa 10 mila i laureati che trovano lavoro al Nord.

E la situazione non cambia per coloro che semplicemente svolgono dei lavori più manuali; i giovani italiani vanno a lavorare come lavapiatti in Paesi come l’Inghilterra o la Germania, semplicemente perché sono meglio retribuiti. 

Certo, fino ad ora, i dati non lasciano spazio a controbattute, ma se è vero che non viviamo in uno Stato perfetto è anche vero che bisogna lottare affinchè la situazione cambi. E combattere nel proprio Paese. L’analisi secondo cui la crisi pandemica sia ora il problema più difficile da affrontare è innegabile e forse anche per questo si riscoprono molto i lavori manuali come l’artigianato, ma anche operatori turistici, bagnini, camerieri. E non è vero che i giovani non vogliono lavorare, come si è voluto far credere all’inizio dell’estate 2021 dopo un anno di pandemia; i giovani sono semplicemente stufi di essere sfruttati 12 ore per 3 euro l’ora; sono stufi di non aver nessun tipo di garanzia e sicurezza sul posto di lavoro. Nella scala dei lavori presentata dall’ISTAT, ad oggi, molti giovani si ritrovano a fare il telefonista di call center (3,5%), l’operatore di fast food (4,2%) o il distributore di volantini (2,1%); circa il 7,7% decide di compiere lavori agricoli e ben il 21% lavora nel settore turistico. I giovani, quindi, chiedono solo dignità e condizione di lavoro certe. 

Se è vero, quindi, come già affermato in precedenza che i giovani devono lottare in Italia, è anche giunto il momento per cui il governo faccia qualcosa per incentivare l’occupazione giovanile, nonché il rimpatrio di tutti colore che vanno a lavorare all’estero. L’Italia, per risolvere i suoi problemi economici ed anche demografici non può fare a meno dei suoi giovani, delle loro competenze e della loro voglia di fare. 

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