ENERGIA&AMBIENTE

Anche le emoji inquinano: l’impatto ambientale della rete, grande ma sottovalutato.

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Anche in occasione della giornata mondiale dedicata alle emoji, parleremo di ambiente. Ma cosa c’entrano le emoji con i temi legati alla salute del nostro pianeta? Ebbene, il collegamento, seppur non immediato, è tutt’altro che campato in aria; le emoji, come sappiamo, sono uno strumento di comunicazione di grande successo; nate in Giappone alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, si sono diffuse velocemente a livello globale su tutti i social network e le piattaforme di messaggistica. Nel 2018, due artiste della scuola d’arte Tisch, dell’Università di New York (Nyu), hanno ideato i Climoji, 27 simboli dedicati ai cambiamenti climatici e orientati alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Eppure, anche l’invio di una climoji, con il nobile intento di salvare il pianeta, come tutte le attività umane, ha un impatto ambientale sul pianeta stesso.

Inviare un’e-mail, scrivere su una chat, vedere un film in streaming, utilizzare un motore di ricerca, fare un acquisto on line: sono tutte attività che richiedono un consumo di energia e un conseguente rilascio di anidride carbonica nell’atmosfera. 

La rete è, nell’immaginario comune, il luogo immateriale per antonomasia; il suo avvento ha portato all’abbattimento di barriere, non solo concettuali e culturali, ma anche fisiche. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, dal singolo fruitore al gestore di servizi globali, questa fa uso di strumenti ed apparati tecnologici. 

Per fare qualche esempio, secondo la società di consulenza ambientale Carbonfootprint, una ricerca su Google può generare da 1 g a 10 g di emissioni di CO2. Ogni giorno vengono effettuate circa 3,5 miliardi di ricerche. Al crescere della quantità di dati richiesta, si incrementa il consumo di energia e quindi il rilascio di gas serra. I dati più recenti stimano che il settore ICT (Information and Communication Technology) sia responsabile del 3,7% delle emissioni totali. Secondo Greenpeace, il comparto consuma il 7% dell’energia mondiale. Se fosse uno stato, sarebbe al quarto posto, dopo Cina, USA e India.

Ciò che non vediamo e non consideriamo quando sfruttiamo la rete, sono i data center e server che ne permettono il funzionamento. Ingenti e sempre maggiori quantità di energia sono necessarie al sostentamento e al raffreddamento di questi enormi apparati tecnologici. 

Una indagine di Greenpeace ha messo in luce proprio il pesante impatto ambientale dei centri di elaborazione dati, in particolare quelli della cosiddetta Data Center Alley, un’area, nello stato Usa della Virginia dove si concentrano oltre 100 data center dei grandi colossi del settore.

Va registrato che, anche a seguito delle attenzioni che, forse tardivamente, sono state rivolte all’impatto ambientale del comparto ICT, qualcosa ha iniziato a muoversi e parte dell’energia utilizzata si è spostata dalle fonti fossili a quelle rinnovabili.

Si tratta di iniziative per nulla sufficienti a far fronte alla gravità della situazione a livello globale. Un percorso che, non ci stancheremo mai di ribadire, non può essere lasciato all’iniziativa delle imprese private, ma va rigidamente regolamentato e guidato dalla politica.

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