ARTE&CULTURA

Un Mediterraneo di Plastica

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Il Mare Mediterraneo, il nostro mare, è da decenni zona di accumulo di plastiche sotto forma di rifiuti galleggianti, microplastiche e residui sommersi. È difficile fare delle stime precise in merito ai quantitativi, ogni ente tende a dare numeri diversi, ma secondo il report 2020 dell’IUNC (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) si aggirano sulle 230.000 tonnellate annue (equivalenti a oltre 500 container) che potrebbero più che raddoppiare nel 2040 se non si adottano fin da subito misure in merito. I Paesi che più di tutti immettono plastiche nel Mediterraneo sono l’Egitto, la Turchia e l’Italia, che, insieme, riversano in mare il 50% della plastica. 

Minna Epps (IUCN) afferma “L’inquinamento da plastica causa danni a lungo termine agli ecosistemi terrestri e marini, e alla biodiversità; gli animali marini possono rimanere impigliati, o ingoiare rifiuti di plastica, e quando succede spesso finiscono per morire di stanchezza e fame”. Dalle ultime stime sulla biodiversità marina del Mediterraneo si evince la presenza di circa 17.000 specie. Il Mar Mediterraneo rappresenta il 7.5% della diversità di specie marine globali, in una superficie pari a 0.82%, si può quindi dedurre che la ricchezza di specie per area è circa 10 volte superiore alla media mondiale.

Il report di GreenpeaceUn Mediterraneo pieno di plastica” afferma che una stima tra il 21- 54% di tutte le particelle di microplastica globalmente presenti si trova nel bacino del Mediterraneo con una densità di 1-4 pezzi al metro quadrato.

I rifiuti non sono distribuiti uniformemente nel Mar Mediterraneo. Essi tendono ad accumularsi in prossimità delle coste, in particolare nelle aree urbanizzate, lungo le rotte di navigazione commerciale o da diporto e nei canyon sottomarini. Hanno impatti diffusi a partire dalla biodiversità marina fino ad arrivare a quelli sul paesaggio e l’economia.

Sono state rinvenute plastiche: nei sedimenti e sui fondali marini rocciosi, dove la distribuzione dei rifiuti marini è influenzata da fattori quali vento, moto ondoso, correnti e condizioni meteorologiche (tempeste) con un’elevata incidenza di rifiuti di origine antropica; sulle spiagge dove vanno ad influire sulla flora e la fauna, ma hanno anche un impatto negativo sul reddito generato dall’industria turistica; e nella colonna d’acqua superficiale, dove vengono avvistati residui di plastica (82%), polistirolo (14%) e oggetti sintetici (4%). 

Le specie viventi del Mar Mediterraneo interagiscono con i rifiuti marini attraverso la colonizzazione solitamente sono microrganismi che invadono un frammento di plastica e vengono trasportati dalle correnti lontano dai loro habitat), l’ingestione (che inevitabilmente porta i frammenti ad inserirsi nella catena alimentare), l’intrappolamento e il soffocamento. Circa il 17% delle specie che avevano ingerito o erano rimaste impigliate tra i rifiuti marini erano nella Lista Rossa delle Specie Minacciate dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

C’è urgente bisogno di adottare misure in grado di affrontare il grave problema dell’inquinamento causato dalla plastica nel Mediterraneo, per ridurre i quantitativi di 50.000 tonnellate l’anno sarebbe sufficiente migliorare la gestione dei rifiuti di 100 grandi città nell’area mediterranea. Ma per salvare la salute del mare e delle economie che ne dipendono, i governi e gli attori economici interessati dovrebbero: vietare la produzione e l’uso dei sacchetti di plastica e degli imballaggi monouso favorendo la diffusione degli imballaggi di riuso; incentivare economicamente il mercato per sviluppare nuove soluzioni; sensibilizzare e informare l’opinione pubblica, anche attraverso etichette chiare, per favorire un cambiamento degli stili di vita.

Questione più delicata è quella riguardante le misure per la gestione dei rifiuti. Servirebbe investire in infrastrutture e servizi, far applicare le normative esistenti in materia di riciclaggio (come ad esempio la Convenzione MARPOL, la Direttiva Quadro sui Rifiuti, la Direttiva sugli impianti portuali di raccolta, la Direttiva Quadro sulle Acque e la Direttiva Quadro sulla Strategia per l’Ambiente Marino) e ridurre i flussi verso la Cina e le altre regioni ad alto rischio. Il vero problema è che abbiamo un sistema di gestione della plastica inefficiente, costoso e inquinante. E la responsabilità è un po’ di tutti: dei produttori, dei consumatori e delle autorità pubbliche. Lo spiega molto bene Donatella Bianchi, Presidente di WWF Italia “Il meccanismo di gestione della plastica è guasto: i paesi del Mediterraneo non riescono a raccogliere tutti i propri rifiuti e sono lontani dal trattarli con una modalità efficiente di economia circolare. Il cortocircuito sta nel fatto che il costo della plastica è estremamente basso mentre quello di gestione dei rifiuti e dell’inquinamento ricade quasi totalmente sulla collettività e sulla natura ed è ancora troppo costoso”.Una giornata senza plastica

L’Italia risente in maniera significativa dell’impatto che la plastica ha sulla Blue Economy perdendo ogni anno 30 milioni di euro nel turismo, 28 milioni di euro nel commercio marittimo, 9 milioni di euro nella pesca e 17 milioni di euro nelle bonifiche per la pulizia. Ma nonostante questo resta il maggiore produttore di manufatti di plastica del mediterraneo e il secondo più grande produttore di rifiuti plastici. Inoltre, il Rapporto ASviS 2018 (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) denuncia una cattiva depurazione delle acque e lo scarico illecito di rifiuti sulle nostre spiagge, che riguarda un abitante su quattro.

Oltre a quanto già detto sui cambiamenti degli stili di vita, è giusto evidenziare alcune iniziative a cui si può aderire, o che si possono sostenere, per mantenere pulito il Mediterraneo:

  • La spedizione via mare Blue Panda di WWF, per esplorare e far conoscere gli ecosistemi marini ed ispirare le comunità ad agire per la tutela del mare;
  • Le iniziative di clean-up o di pulizia delle coste, organizzate periodicamente in tutte le città costiere Italiane, da privati, associazioni e istituzioni;
  • Le Blue Barriers di SEADS (Sea Defence Solutions), che riescono fermare la plastica prima che arrivi negli oceani e a trasformarla in una risorsa, “proteggendo i fiumi si protegge il mare”;
  • Il progetto “A line in the sand – The New Plastic Economy” di Etica Sgr, un accordo globale per eliminare il problema della plastica e salvaguardare la vita negli oceani. Sostenendo il passaggio ad un’economia circolare riducendo così al minimo i rifiuti.

Per approfondire il tema, il Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa ha organizzato degli incontri online intitolati “La plastica e il Mar Mediterraneo” e una mostra fotografica “La plastica e noi”.

Per concludere va ricordato che il Mar Mediterraneo è un bacino quasi chiuso, dove le correnti fanno tornare sulle coste l’80% dei rifiuti di plastica con il risultato che, per ogni chilometro di litorale, se ne accumulano oltre 5 kg al giorno (dati WWF). Dalla sua invenzione, la plastica è entrata a far parte della nostra vita in quantità sempre maggiori e l’evoluzione tecnologica è riuscita ad aumentare il suo grado di resistenza a tal punto che è diventata un problema serio per l’ambiente. Spetta a tutti noi impegnarsi, tramite comportamenti personali e pressioni politiche, affinché la sua gestione e il suo smaltimento siano migliorate. Se non si interromperà il suo lo sversamento in mare, entro il 2050 negli oceani ci saranno più plastiche che pesci.  

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