ECONOMIA

Il traffico commerciale della tortura: il business del dolore.

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Lo scorso 31 marzo il Comitato del Consiglio d’Europa ha raccomandato lo stop al cosiddetto “business del dolore”; uno stop dettato dalla necessità di intervenire per contrastare la compravendita degli strumenti di tortura. 

Negli ultimi anni, a più riprese, vi è stata un continuo tentativo di fermare tale business; sembrerebbe, inoltre, che anche alcune aziende italiane siano implicate nel commercio internazionale di strumenti di tortura che interessano diverse società all’interno dell’Unione europea. Già nel 2010, la Fondazione Omega Research aveva lanciato un report all’interno del quale risultavano presenti 5 aziende italiane, tra cui la Defence System srl, la Joseph Stifter s.a.s ed anche l’Armeria Frinchillucci Srl; all’interno del report si parlava anche di cogengi in grado non solo di creare dolore, ma anche in grado di immobilizzare i detenuti e produrre scariche elettriche fino a 50 mila volt. Proprio alla luce di questo report nell’ormai lontano 2010 Amnesty International e la Omega Resarch avevano chiesto alla Commissione europea e agli Stati membri di porre rimedio alle falle legislative esistenti in questo settore e di applicare con maggior forza la normativa esistente.

Ma cosa è cambiato nell’arco di 11 anni? 

Amnesty International ha da sempre continuato a parlare del business del dolore, rivelando come la Germania, la Repubblica Ceca, la Francia e l’Italia, abbiano autorizzato la vendita di alcuni strumenti di tortura verso Stati al di fuori dell’unione europea, soprattutto verso l’africa ed il Medio-Oriente; nel 2016 uscì fuori anche che alcune aziende spagnole avevano messo in vendita manette e bracciali elettrici per detenuti, secondo una scappatoia legale che permetteva loro di vendere tali strumenti perché consentiti nei Paesi acquirenti. 

Il report del 2010 non fu mai più ripreso, ma era evidente come esso esprimesse la linea dei 60 Stati dell’Alleanza per un libeor commercio della tortura. La battaglia da allora è sempre stata quella di vietare il commercio di attrezzature legate alla pena di morte come la forca o le sedie elettriche che ad oggi risultano usate in Cina, Stati Uniti, India, Giappone, Bielorussia ed Iran. Nonostante ciò la vendita continua e continuano ad arrivare numerose segnalazioni di otrture anche da Paesi come la Turchia, la Colombia, l’Arabia-Saudita ed il Burundi.

È evidente come le aziende nazionali abbiano grosse responsabilità nella violazione dei diritti umani, mettendo ancora una volta il profitto economico davanti al mantenimento dello stato di diritto. 

Quando si parla di tortura, negli ultimi anni, è inoltre impossibile non pensare a casi come quello di George Floyd, avvenuto nel maggio 2020 negli USA, o al caso dello scorso settembre a Bogotà, dove Javier Ordonez è stato fermato dalla polizia per una presunta violazione delle norme anti-Covid19; gli agenti lo hanno bloccato e tenuto per 25 minuti in cui è stato colpito con una pistola elettrica. L’uomo è morto per i traumi contusivi riportati. Lo stesso è avvenuto in Arabia-Saudita, dove un detenuto etiope, di nome Solomon, ha raccontato ad Amnesty International di esser stato colpito dalla polizia penitenziaria da scariche elettriche, dopo essersi lamentato per l’assenza di cure mediche. 

Dopo più di 30 anni dalla sua messa al bando, non va meglio in Cina, dove il market della tortura continua ad essere cavalcato senza sosta. Negli ultimi 6 anni, le aziende specializzate nella produzione id sturmenti di tortura sono aumentate dalle 130 del 2014 alle 187 del 2020 e alcune di queste sono a partecipazione statale; questo significa che le autorità cinese non solo non impongono dei limiti etici e politici all’import-export degli strumenti di tortura, ma addirittura il governo cinese partecipa ai profitti che ne derivano. Le aziende cinesi sono diventate una miniera d’oro per il Governo di Pechino e una grossa occasione per i paesi del Sud-est asiatico, come la Cambogia e la Thailandia, ma anche per molti Stati africani, dove le percosse ed i maltrattamenti sono ormai all’ordine del giorno; si stima che circa il 35% del profitto di queste aziende derivi proprio da queste aree del mondo, dove la questione dei diritti umani non è ancora percepita come prioritaria. Naturalmente il mercato di questo genere esiste perché vi è una domanda e gli strumenti sono catalogati semplicemente come anti-sommossa o per l’applicazione della legge; la richiesta di questi tipi di strumenti è aumentata in Africa soprattutto dopo le Primavere arabe, di circa il 39%. I cinesi sono ormai i leader del settore, ma come già affermato in precedenza, anche i Paesi ritenuti democratici esportano materiali simili. Resta il fatto che nell’ultimo decennio la Cina si è veramente specializzata nella commercializzazione di tali strumenti e dietro ad essa vi sono paesi europei ed anche gli USA.

Proibire la produzione e lo scambio commerciale degli strumenti di tortura è una scelta logica per i Paesi che si affermano rispettosi dei diritti umani; tuttavia lo stop al business della tortura non può prescindere da una lotta per l’affermazione della democrazia e per una vera e propria campagna di prevenzione della tortura, per poter prevenire e affrontare il razzismo, la xenofobia, la discriminazione raziale e la relativa intolleranza di tipo statale e nelle varie attività di polizia, in quanto è proprio la discriminazione una prima causa degli abusi.

Sebbene tali operazioni non siano risolutive a livello internazionale, e tanto meno in Europa, gli Stati europei devono agire in un contesto globale in cui i diritti umani non possono più essere calpestati.

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