PEDAGOGIA

Folle, contesti e tortura: da Stanford ad oggi tutte le scelte possibili.

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“Nella folla il tono emotivo è accentuato dai suggerimenti dei leader, dall’uso di simboli verbali e di altri simboli, dai gesti eccitati dei membri della folla e da altre circostanze dell’occasione. Sulla base di queste caratteristiche emotive, la folla è facilmente guidata.”

                                                                                                                                                   Roberta Carugati


In questa settimana dedicata alle vittime di tortura, erano tante le lenti che avremmo potuto scegliere per parlare di violenza, torti e comportamenti devianti; esistono interi rami della sociologia, della psicologia e delle discipline dell’educazione che ci avrebbero potuto aiutare a restituire valore a questa tematica. Ma, come spesso cerchiamo di fare, abbiamo provato a ragionare sulle cause di alcuni atteggiamenti e sulla ricerca di ciò che crea “il male” che di per sè non esiste se non come una scelta possibile, un bivio, una condizione dettata dal contesto in cui si è inseriti. In questo ragionamento, il primo concetto che ci supporta è offerto dalla psicologia della folla: la psicologia della folla è l’ampio studio di come il comportamento individuale venga influenzato quando grandi folle si raggruppano insieme. II primo contributo decisivo allo studio di questo fenomeno deriva dal pensatore francese Le Bon con la sua opera Psicologia delle Folle del 1895. Le Bon era rimasto estremamente colpito dal comportamento delle folle specialmente durante la rivoluzione francese nel 1789 e nelle rivoluzioni degli anni successivi; aveva notato, infatti, come nei gruppi fosse presente una grossa suggestionabilità reciproca con una forte esasperazione dei sentimenti. Egli aveva descritto come le folle fossero capaci di commettere azioni che i singoli individui non sarebbero stati in grado di compiere soli, con la presenza di agiti irrazionali, impulsivi e connotati da forte aggressività.

Secondo Le Bon, l’individuo cede agli istinti che, se fosse stato solo, avrebbe potuto tenere sotto controllo. Come la persona ipnotizzata, “non è più consapevole dei suoi atti …. Allo stesso tempo in cui certe facoltà vengono distrutte, altre possono essere portate ad un alto grado di esaltazione…Non è più sé stesso, ma è diventato un automa che ha smesso di essere guidato dalla sua volontà … Nella folla è barbaro. Possiede la spontaneità, la violenza, la ferocia e anche l’entusiasmo e l’eroismo degli esseri primitivi” (Le Bon,1985).

Le idee di Le Bon possono essere riassunte come segue:

  • Le folle emergono attraverso l’esistenza dell’anonimato (che consente un declino della responsabilità personale);
  • Le folle emergono in contagio (idee che si muovono rapidamente attraverso un Gruppo)
  • Le folle si formano attraverso il fenomeno della suggestionabilità. Nella folla, la psicologia individuale è subordinata a una “mentalità collettiva” che trasforma radicalmente il comportamento individuale.

Alle teorie di Le Bon, più avanti nella storia, seguì uno degli esperimenti più importanti e conosciuti della storia della psicologia: il carcere di Stanford, diretto dal professor Philip Zimbardo nel 1971, ideato allo scopo di valutare il comportamento delle persone in relazione al proprio gruppo di appartenenza.

Zimbardo era interessato, dunque, a scoprire se la brutalità manifestata in diversi ambienti fosse dovuta a caratteristiche sadiche della personalità o se fosse situazionalee dettata quindi dal contesto in cui si è inseriti.

Per realizzare l’esperimento furono reclutati degli studenti universitari attraverso una pubblicità, apparsa su un quotidiano, in cui si chiedeva ai volontari di partecipare ad uno studio volto a indagare gli effetti psicologici della vita carceraria; 75 studenti universitari risposero all’annuncio e furono sottoposti a interviste diagnostiche e test di personalità, per eliminare coloro che presentavano problemi psicologici, disabilità mediche, abuso di droghe e fedina penale sporca. Di conseguenza, gli sperimentatori selezionarono solo 24 soggetti maschi, retribuiti con 15 dollari al giorno, appartenenti al ceto medio, equilibrati e meno attratti da comportamenti sadici. Essi furono, poi, assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. Le guardie dovevano dividersi in gruppi composti da tre soggetti che effettuavano turni da 8 ore, mentre i prigionieri dovevano alloggiare in una stanza.
I prigionieri, invece, erano stati trattati come dei reali criminali, poiché furono arrestati nelle loro case, senza preavviso e portati alla stazione di polizia locale, dove furono prese le impronte digitali, fotografati e inseriti in un fascicolo. Successivamente, sono stati bendati e condotti al dipartimento di psicologia dell’Università di Standford, dove, nel seminterrato, vi era la finta prigione avente porte e finestre sbarrate, muri spogli, celle piccole e molto strette che avrebbe ospitato tre prigionieri.
I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti sia dietro, per il loro riconoscimento, in testa un copricapo ricavato da una calza di nylon e alla caviglia destra gli venne messa una pesante catena ad anelli di metallo chiusa con due lucchetti. Inoltre, dovevano attenersi a una rigida serie di regole e potevano essere chiamati solo attraverso il numero di identificazione. Le guardie, invece, indossavano uniformi, portavano un fischietto al collo, un distintivo preso in prestito dalla polizia, occhiali da sole a specchio che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi ed erano dotate di manganello e manette. Inoltre, fu loro concessa ampia libertà circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine e far rispettare le regole, ma senza usare violenza fisica.
Il vestire panni diversi dai loro poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione: si spogliavano dalle loro cose per diventare persone diverse da quelle che erano nel quotidiano.

Zimbardo, avente anche il ruolo di guardiano carcerario, unitamente ai suoi collaboratori, osservava costantemente il comportamento dei partecipanti.
In breve tempo, però, coloro che svolgevano il ruolo di guardie iniziarono ad adottare comportamenti molesti, consistenti, a esempio, nello svegliare i prigionieri molto presto e contarli, esercitando in questo modo il controllo sugli stessi. Oppure, obbligavano i prigionieri a svolgere compiti inutili e noiosi (lavare i pavimenti) o a praticare un determinato numero di flessioni durante le quali vessavano ulteriormente il prigioniero con parole o con comportamenti ostili.
Anche i prigionieri, a loro volta, assunsero il comportamento tipico del detenuto parlando esclusivamente di questioni carcerarie per gran parte del tempo e raccontando le proprie storie alle guardie.
Col trascorrere dei giorni i prigionieri divennero sempre più dipendenti e sottomessi, mentre le guardie più derisorie, sprezzanti e violente; accadde che col tempo i prigionieri cominciarono a manifestare disagio, sofferenza psichica, pensieri disorganizzati, pianto incontrollabile e rabbia e le guardie intensificarono il livello di molestie. Ormai, ognuno dei partecipanti era diventato il personaggio che interpretava contribuendo nella finta prigione a una situazione che stava andando alla deriva.

In pochi giorni si ebbero forti ripercussioni psicologiche sui partecipanti, poiché in quella situazione carceraria le finte guardie divennero sadiche e maltrattanti e i finti prigionieri mostrarono evidenti segnali di stress e depressione; Zimbardo aveva stimato che l’esperimento sarebbe durato due settimane, ma decise di interromperlo al sesto giorno in maniera prematura. Dall’analisi delle osservazioni Zimbardo dedusse che le persone si uniformano ai ruoli sociali specialmente se si tratta di ruoli fortemente stereotipati come quelli delle guardie carcerarie.

Traendo le conclusioni, secondo Zimbardo, il processo di deindividuazione spiega il comportamento dei partecipanti e in particolare delle guardie. Infatti, se le persone si immergono nelle norme di un determinato gruppo, perdono il proprio senso di identità e responsabilità personale. Quindi, il sadismo delle guardie deriva dal sentirsi responsabili del rispetto delle norme vigenti in carcere.
L’esperimento mostra, quindi, come le singole personalità degli individui possano essere offuscate quando assumono posizioni autoritarie. Per questo, i soggetti rispondono a bisogni specifici derivanti dalla specifica situazione che vivono, piuttosto che riferirsi alla propria morale o alle proprie credenze.
Pertanto, i risultati ottenuti da Zimbardo supportarono l’ipotesi situazionale del comportamento piuttosto che disposizionale o personologica.

Riportando questi studi ai giorni nostri è, quindi, facile capire come l’arma vincente possa essere quella di costruire ambienti e contesti liberi, inclusivi e valorizzanti; solo in questo modo, la naturale propensione dell’essere umano di affidarsi alla folla potrà portare al cambiamento e non alla stasi, al costruire scenari non a distruggerli e a rinunciare alla violenza in ogni sua forma.

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