PEDAGOGIA

Cuciture e riflettori: le facce controverse del Children’s work.

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Il tema del “lavoro” mette d’accordo tutti: chi si occupa del benessere e della crescita del Paese e chi si occupa del benessere e della crescita della Persona.

“L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” recita il primo articolo della Carta costituzionale. Il lavoro, nel primo comma è inteso come contributo che ciascun cittadino dà al benessere collettivo con il suo agire personale, o ancora, un mezzo per garantire l’uguaglianza dei cittadini e permetterne lo sviluppo personale.

In Pedagogia l’interpretazione è molto simile, infatti quella del lavoro è una categoria fondamentale che si presenta in modo positivo perché quando svincolata da sfruttamento, oppressione o servitù diventa un contesto di crescita, formazione, apprendimento, socializzazione e realizzazione per l’individuo.

È chiaro che il tema del lavoro è considerato fondamentale nella vita dell’uomo a tutti i livelli ed in molte discipline. Che cosa succede quando, al contrario, questo importante aspetto assume le tinte dello sfruttamento?  Quando coinvolge giovani persone che in quella fase della vita dovrebbero poter crescere percorrendo altri sentieri e non quelli lavorativi?

Leggendo i report delle più grandi agenzie non governative che si occupano di infanzia, si scopre che le aree del mondo in cui i minori sono maggiormente impiegati in contesti di lavoro e/o sfruttamento sono l’Africa, l’Asia ed il Sud America.

Innanzitutto, per parlare di “lavoro infantile” in contesti così differenti dal nostro, bisogna sgomberare il campo dal pensiero occidocentrico secondo cui il nostro sistema culturale sia l’unico possibile, quello giusto. Infatti, è importante capire chi si identifica con il termine “infanzia” in un preciso luogo. A ragione o torto, il concetto di maturità in svariate culture si raggiunge molto prima a livello anagrafico rispetto che in Europa e Stati Uniti. Ecco che spostando il punto di vista, quello che per noi è lavoro minorile, dall’altra parte del mondo potrebbe essere una semplice assunzione di responsabilità da parte di giovani uomini e giovani donne. Chiaramente, questa prima riflessione non vuole avallare il lavoro infantile, ma aiuta a capire quanto il tema sia complesso ed articolato. Le prospettive interessanti da cui osservare questo fenomeno sono molteplici, oggi ne scegliamo una che vuole fornire qualche risposta certa, ma ancor di più vuole far emergere qualche domanda. Abbandoniamo i dogmi e spingiamoci con coraggio verso il mondo dello spiazzamento.

Chiudete gli occhi e pensate al tema del lavoro minorile.

Alla maggior parte di noi sovverranno immagini legate alle miniere di cobalto, alle sartorie e alla tragica prostituzione infantile. Qualcun altro penserà magari ai lavori nelle campagne. 

All’inizio degli anni Novanta c’era il tormentone “dei bambini del terzo mondo che cuciono i palloni per un importante marchio sportivo”. Io sono cresciuta con questo concetto di lavoro minorile: sempre e comunque legato all’idea di sfruttamento. Crescendo ho però compreso che non è detto che le due pratiche siano collegate. Da piccola mi hanno insegnato che ovunque fosse un bambino nel mondo, aveva dei diritti e tra i principali c’erano, e ci sono, il diritto al gioco e quello allo studio. Mi è stato spiegato che questi diritti spesso erano pregiudicati dalle attività lavorative, bene, mi vorrei concentrare su questo passaggio. Non mi voglio soffermare sulle tragiche e deprecabili situazioni estreme: quelle in cui è evidente il tratto dello sfruttamento, del pericolo, del dolore, della violenza. Non è necessario, tutti siamo d’accordo su quanto sia aberrante un’umanità che permette che cose simili accadano, quindi per noi è semplice sentirci distanti da quelle situazioni. Il problema si presenta quando invece di “child labour”, cioè lo sfruttamento economico in conduzioni nocive per il benessere psico-fisico del bambino, si pone al centro il tema del “children’s work” il semplice lavoro che coinvolge bambini. Beh, qui la faccenda si complica anche noi dall’alto dei nostri scranni occidentali non possiamo considerarci completamente estranei al fenomeno.

Chiudete gli occhi e pensate ai lavoratori-bambini socialmente accettati in Occidente.

Eccoli comparire: modelle, giovani sportivi, baby-influencer, baby-attori. La lista potrebbe continuare. 

Ci fa male dircelo, ma anche loro lavorano! Certo, sono tutelati da un contratto, godono di attenti diritti sindacali, ci sono leggi apposite che sostengono i giovani lavoratori e almeno sulla carta ne proteggono le esigenze. Ma diciamolo chiaramente: sono bambine e bambini che lavorano!

Se poniamo al centro il tema del diritto al gioco e di quello all’istruzione, quanto siamo certi che queste attività lavorative, attentamente controllate e soprattutto socialmente accettate, non impattino negativamente su questi diritti?

Anche sgomberando il campo dal tema del pericolo e dello sfruttamento, siamo pronti a puntare il dito contro l’undicenne asiatico che lavora nella bottega del sarto urlando allo scandalo, ma accettiamo i nostri servizi fotografici di qualche bambina di cinque anni per una linea di moda dedicata. Ecco che affiora un tema scomodo e scivoloso. Qui in occidente siamo veramente al sicuro sul tema del lavoro minorile? I diritti sono garantiti in egual misura a tutti i bambini? Il percorso di sviluppo e crescita si basa veramente sul gioco (che porta con sé l’errore, la macchia sui pantaloni, il gomito sbucciato) e sull’istruzione (che in sé contiene la relazione con l’adulto, con la conoscenza, con i propri limiti e forze, con il mondo che non posso vedere tutto, ma che posso esplorare da lontano). Non ne sono certa, i giovani lavoratori occidentali, certamente rinunciano a questi passaggi. C’è chi se ne perde un pezzettino, chi si perde il puzzle intero.

Io non sono qui a dire che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato. Semplicemente, come amo fare, vorrei ridare valore alle definizioni e dire che anche qui, nel rassicurante occidente il lavoro minorile esiste ed anche se esteticamente accattivante e legalmente regolato, è lavoro. In quanto lavoro implica gli stessi rischi che coinvolgono l’altra parte del mondo, che talvolta paga solo la colpa di essere più polverosa e meno fotogenica. Impariamo a distinguere ciò che è sfruttamento da ciò che è lavoro. Impariamo ad accettare che se un bambino lavora, in qualsiasi campo, deve rinunciare ad aspetti tipicamente infantili. Non neghiamo a nessuno che ci possa essere realizzazione, crescita e socialità attraverso il lavoro, anche in giovanissima età. Poniamo però al centro del nostro pensare ed agire sociale questo tema, per interrogarci sui possibili rischi di modo che vengano prevenuti. Perché tutto il mondo deve saper proteggere i propri bambini e come spesso accade l’occidente che punta il dito dovrebbe prima guardarsi allo specchio.

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