PEDAGOGIA

“Abbiamo votato! Abbiamo votato la Repubblica!”

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Il 2 giugno festeggiamo il compleanno della Repubblica. Festeggiamo l’eredità che i nostri nonni con cura ed amore hanno consegnato alle nostre vite. Ahimè non sono per nulla patriottica, ma ogni anno questa ricorrenza mi ha insegnato a restituire valore a parole come: responsabilità, compromesso, libertà e regole.

Il 2 giugno del 1946 i miei nonni tornando a casa dissero ai figli: “Abbiamo votato! Abbiamo votato la Repubblica!”. Nonno prigioniero di guerra deportato, nonna staffetta partigiana, non ho avuto tempo di chiedere loro se abbiano scelto con convinzione la Repubblica o se semplicemente abbiano voluto dire no e prendere le distanze dai fallimenti del sistema monarchico che aveva indubbiamente ferito la loro esistenza. Fatto sta, che i nonni erano orgogliosi di essersi recati alle urne.

Certamente gli uomini e le donne italiani chiamate al voto, attraverso il referendum hanno deciso di riprendere in mano la responsabilità della scelta. Alla luce di tante azioni criticabili compiute da parte di chi governando aveva condotto agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, i nostri nonni hanno optato per un sistema che rimettesse le scelte nelle mani della popolazione. La “cosa di pochi”, torna ad essere Res-pubblica una “cosa pubblica”. Siamo tutti allo stesso livello, per la prima volta anche le donne, abbiamo pari dignità e pari diritti. I nostri nonni quel giorno ci hanno regalato la possibilità di “impegnarci a dare delle risposte” e compiere delle scelte per il bene comune: ci hanno regalato il diritto e dovere alla responsabilità appunto.

Io sono orgogliosa del lascito dei miei nonni, perché nonostante gli innumerevoli fallimenti ed imperfezioni del sistema, l’anima della Repubblica si fa portatrice di valori che sono universali. Le nostre generazioni devono fare i conti con il mantenimento di una scelta che non hanno compiuto. Ciò è complesso. Per farlo, credo sia importante riscoprire il valore delle parole.

Quella della Repubblica è una sfida che si deve rinnovare ogni giorno, ad ogni passo, ad ogni decisione, ad ogni urna elettorale. Se la “cosa-pubblica” deve essere veramente pubblica e quindi di tutti, a tenerla in piedi sono persone profondamente diverse. Idee differenti, bisogni differenti, desideri differenti, ecco che l’esperienza di questa forma di ordinamento ci insegna ogni giorno l’arte del “compromesso”.

Attenzione! Per godere del regalo dei nostri nonni urge comprendere che il compromesso originariamente non vuol descrivere quella cosa brutta per cui rinuncio io, rinunci tu e frustrati troviamo un punto d’incontro traballante per entrambi. Oppure ancora: siamo tutti diversi, veniamoci incontro, ma restiamo tutti insoddisfatti, non è questa la Repubblica dei nostri nonni. Quella del ’46 è una Repubblica che torna alla radice del significato della parola “compromesso”: dal latino cum, insieme e promittere promettere, insomma una “promessa comune” che ogni giorno si rinnova. Da questo punto di vista si intuisce la romantica bellezza del termine. Dopo il ventennio una generazione delusa fa una scelta, esercita la propria responsabilità, sono tutte persone diverse, ma scelgono di fare una promessa comune da rinnovare ogni giorno e ce la consegnano in mano. 

Credo che la promessa comune dei nostri nonni sia stata una scelta dettata da un bisogno e da un desiderio che teneva tutti insieme: la libertà. Ecco che in un sistema come quello sapientemente immaginato dall’Assemblea Costituente la libertà non è cieca anarchia. È una libertà che porta in sé il prezioso significato del compromesso. È una libertà che in senso profondamente educativo propone ogni giorno il valore del limite e della regola. Ecco che le nostre leggi, che stanno alla nostra vita, come le regole stanno alla quotidianità della classe di un liceo, vogliono sempre consentire che accada qualcosa, raramente vogliono negare. La regola vuole fornire la possibilità. Anche qui, un punto di vista, l’interpretazione del significato di un termine. È importante farlo però perché in un’ottica repubblicana, alla luce di una promessa comune, frutto della responsabile scelta di tanti individui diversi, la regola serve a consentire che nessuno resti indietro, altrimenti non ci sarebbe libertà, ci sarebbe caos. Immaginiamo una partita ad un qualsiasi sport, senza regole: non è previsto un numero di giocatori, non è previsto un numero di attrezzi, banalmente di palloni, non è previsto un tempo di gioco, non è previsto alcun limite a ciò che si può fare contro un avversario, non è previsto nulla. Beh, credo di poter affermare in piena serenità che in assenza di regole non potrebbe esistere una partita. Ecco in quale senso le regole, quindi le leggi ci aiutano a permettere che succedano delle cose belle. Le regole non devono essere dogmi assoluti, non devono tingersi dei colori della punizione, ma devono sempre essere mosse dal bisogno di proteggere la bellezza di un evento o la fragilità di un individuo.

A partire dalla scelta dei nostri nonni, la nostra storia politica e sociale si basa sull’arte dei punti di vista e per salvarsi, per stare a galla, per capire il valore del contesto che ci è stato consegnato è importante continuare ad interrogarci sul significato delle parole che descrivono il nostro sistema. Così come fa un bambino quando inizia a muovere i primi passi e poi inizia a parlare. Nella fase dei “perché”, i bambini non si accontentano di attraversare inconsapevolmente il mondo, ma cercano delle risposte si “affidano” al punto di vista dei genitori che li hanno preceduti. Il bambino scopre il significato delle parole, scava nelle motivazioni degli eventi e si prepara nel giro di qualche anno a criticare la legge della famiglia, per fare la rivoluzione ed essere pronto a lasciare la mano che lo ha imboccato.

La Repubblica in senso metaforico è un nostro genitore, figlio della scelta dei nostri nonni. Dobbiamo dare senso all’eredità che ci è stata lasciata, rispettandola. Noi oggi per essere cittadini consapevoli di una Repubblica non possiamo non interrogarci sulle parole che la descrivono e sui perché che la muovono. Solo in questo modo potremo continuare ad evolverci con e nel sistema per cambiarlo, correggerlo e perfezionarlo sostenendo la promessa dei nostri nonni: la costruzione di una società giusta per tutti.

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