ECONOMIA

Eroi della patria, ma precari: la condizione degli infermieri in Italia

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Angeli, salvatori, eroi della patria, martiri… precari. La crisi sanitaria che stiamo vivendo ha portato l’attenzione pubblica su uno dei settori più penalizzati nel nostro paese: quello infermieristico. Di fronte ai loro infiniti sforzi e sacrifici abbiamo risposto con parole lusinghiere e immagini evocative. E in termini di concretezza? Dov’è il riconoscimento che questi professionisti hanno sempre meritato – ancor prima della pandemia – e non ancora ottenuto? Il 12 maggio si celebra la giornata internazionale dell’infermiere. Cosa significa, dunque, essere un infermiere nel nostro paese? Ne parliamo con Leo, giovane infermiere addetto alla sala operatoria del Campus Biomedico di Roma. 

I numeri

In Italia, lo stipendio medio di un infermiere è di 1450 euro netti al mese: inferiore di circa 100 euro rispetto alla retribuzione mensile media italiana. Premettendo che qui il termine infermiere è utilizzato in maniera abbastanza comprensiva, e che esistono diversi ruoli e retribuzioni, un fatto è innegabile: si tratta di un settore sottopagato; tanto che Antonio De Palma, presidente del sindacato di categoria NursingUp, ha parlato di “stipendi da paese del Terzo Mondo, considerando il tipo di professione”. Infatti, confrontando i nostri numeri con quelli di altri paesi, tali differenze emergono ancor prima della abilitazione: lo studente italiano di scienze infermieristiche è tenuto a svolgere 1500 ore di tirocinio non retribuito contestualmente ai corsi universitari, differentemente dalle controparti europee. Una volta entrato nel mondo del lavoro, la tendenza è la stessa: in Svizzera un infermiere di reparto percepisce circa il 140% di più della controparte italiana (3480 euro al mese contro 1450!), mentre in Germania e in Inghilterra lo stipendio è più alto, rispettivamente, del 75% e del 55%. Nel nostro paese -così bello ma così dannato- un infermiere a fine carriera con più di 20 anni di esperienza alle spalle arriva mediamente a una retribuzione inferiore ai 2000 euro al mese.

Nonostante sia ormai risaputo che in Italia la retribuzione media è spesso inferiore rispetto ai partners europei, a rendere la situazione di infermieri e operatori sanitari in generale particolarmente indegna è il fattore della responsabilità professionale. Responsabilità di fronte la quale nessun infermiere si è tirato indietro, nonostante le estenuanti richieste imposte dalla crisi sanitaria. Responsabilità che li spinge tuttora a fare turni doppi e tripli, a portare mascherine che lacerano le orecchie, a tenere la tuta fino a fine turno; impossibilitati a grattare il prurito sulla palpebra. Tuttavia, teoricamente, questi sforzi prevedono una retribuzione, un’indennità mensile di 28 euro lordi (in unità di terapia intensiva e subintensiva) e 5,16 euro lordi al giorno (unità di servizi di malattie infettive). Se queste cifre sembrano scandalose, l’esperienza di Leo lo è ancor di più: dopo aver lavorato in due diverse strutture private in reparti Covid non ha percepito alcuna indennità. “Ogni struttura fa quello che vuole, anche perché data l’emergenza non ci sono veri e propri protocolli o linee guida, almeno non nelle strutture private dove ho lavorato io.” Poi precisa: “L’ordine degli infermieri ha messo a disposizione dei fondi per operatori sanitari che si sono ammalati di Covid, qualcosa intorno a 25 euro per giorno di malattia, più dei fondi di retribuzione e assistenza per le famiglie di infermieri deceduti a causa della pandemia. Non so se ricordi, ad esempio Mulino Bianco finanziò parte di questa campagna con i biscotti; anche altre aziende

Pubblico vs Privato

“Sicuramente, rispetto al discorso indennità, ci sono più vantaggi nel settore pubblico piuttosto che nel privato. Ma anche relativamente a diritti come ferie o malattia, o altre variabili come i rapporti tra colleghi. Qualche mese fa ho lavorato presso una struttura privata in cui dovevo arrivare sempre in anticipo, se no mi crepavano. E non solo: quei 10-15 minuti di anticipo non contavano neanche come straordinari! Ma che ci vuoi fare? Fanno come vogliono, e quando vivi solo di contratti a tempo determinato te lo fai andar bene.” E ci si fa andar bene tanto altro, racconta: “anche con i colleghi c’è un rapporto diverso. Nel privato c’è più competizione, più frustrazione. Si parla tanto, ed ho assistito a veri e propri episodi di nonnismo: un mio superiore non mi ha mai permesso di fare le notti e di guadagnare un po’ di più (circa 2,74 euro lordi per notte) perché ero l’ultimo arrivato. E questo è solo un esempio. Ho visto colleghi più anziani prendere in giro i più giovani per cose banalissime come i calzini colorati sotto la divisa! Sembra una sciocchezza, ma pensate cosa significa lavorare ogni giorno nel reparto Covid di terapia intensiva e iniziare il turno con qualcuno che ti prende in giro o ti insulta!” 

Uno sguardo al futuro 

Secondo un rapporto dell’OCSE, la spesa dell’Italia in ambito sanitario è inferiore del 15% rispetto alla media degli altri paesi membri, e il personale sanitario è il primo a pagare questo prezzo. “Qualcosa deve cambiare per forza: siamo lo zimbello non solo dell’Europa ma di tutto il mondo; in parlamento devono parlarne, sono obbligati per come stanno ora le cose. Solo che c’è il rischio di accentuare ancora di più la differenza tra pubblico e privato”, dice Leo.

Al momento sono in corso le trattative presso l’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) per negoziare un aumento di stipendio per infermieri e operatori sanitari per circa un centinaio di euro: una cifra abbastanza irrisoria, ma che potrebbe aprire la strada ad un miglioramento generale del settore. Speriamo dunque che gli oltre 19 miliardi del NextGenerationEU possano giovare a questi professionisti precari che rischiano, con l’affievolirsi della pandemia, di cadere di nuovo nell’oscurità. 

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